Oltre l’opzione Benedetto

Dopo aver perso gran parte delle ultime battaglie culturali, chiesa e cattolici si interrogano sul proprio ruolo. E se la strada migliore fosse un dialogo radicale?
Oltre l’opzione Benedetto

“Questo non va bene”. Un perplesso Papa Francesco osserva il crocifisso su falce e martello donatogli dal presidente boliviano Evo Morales (uguale a quella che gli hanno appeso al collo) (LaPresse)

Negli ultimi giorni il Foglio ha iniziato un dibattito importante sulle responsabilità politiche dei cattolici italiani, reso urgente anche dalla natura della manifestazione del Family Day il mese scorso. Questo giornale ha inoltre collegato tale conversazione a quella in corso negli Stati Uniti a seguito della sentenza Obergefell della Corte suprema americana, che riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso come un diritto costituzionale. Alcuni cattolici conservatori negli Stati Uniti hanno sostenuto che la migliore risposta a Obergefell sia l’adozione della cosiddetta “Opzione Benedetto”, così come proposta da Alasdair MacIntyre e resa popolare da Rod Dreher, che propone di costruire comunità che preservano la vita religiosa e morale dalle pieghe oscure di un mondo scristianizzato. Da americano che vive a Roma, devo ammettere che l’opzione Benedetto ha un’attrazione personale su di me: sono stato spesso tentato di seguire le orme di Benedetto da Roma a Subiaco per sfuggire al frastuono e al caos della città, se non alla desolazione spirituale che rappresentava per lui. Non riesco però a convincermi che l’Opzione Benedetto sia la nostra migliore speranza per la salvezza della chiesa oggi, soprattutto in Italia. Come ha scritto la Cei, e ripetuto don Julián Carrón nella lettera in cui spiega la decisione di Comunione e liberazione di non appoggiare la manifestazione del 20 giugno in piazza San Giovanni a Roma, anche io credo che ci siano modelli migliori da imitare in questo momento storico, più fondati sul dialogo di quanto sembri essere l’Opzione Benedetto. Ritorneremo ai modelli a breve, ma prima qualche accenno di scienza politica.

 

 

Cattolicesimo politico in Italia

In una serie di conferenze e seminari recentemente tenuti presso la John Cabot University a Roma, io e diversi colleghi abbiamo tentato una mappatura della politica di stampo cattolico in Italia oggi. Uno dei temi principali che emergono dalla nostra ricerca è il sentimento di diaspora che accomuna molti cattolici, ancora alle prese con le macerie della Democrazia cristiana e insoddisfatti delle loro opzioni politiche, e in particolare da quelle delineate dal recente passato Berlusconi-Ruini. La diaspora cattolica rivela, tra l’altro, che il panorama religioso dell’Italia contemporanea è fondamentalmente cambiato. E’ un panorama che possiamo definire “ad avanzata complessità religiosa”, simile per certi versi a quello degli Stati Uniti, in cui esiste una sottocultura cattolica vivace, ricca di capitale sociale e costituita da un migliaio di comunità laiche, movimenti e associazioni. Questa sottocultura, che pure si rende conto di avere una rinnovata rilevanza pubblica e capacità di leadership, fatica moltissimo a tradurle in qualcosa che assomigli a un progetto politico coerente.

 

Io e i miei colleghi concordiamo sul fatto che uno dei principali impedimenti alla costruzione di un progetto di questo tipo sia la povertà di linguaggio e di sfondo teorico con cui i leader civili e politici di provenienza cattolica si rivolgono al mondo. Un mondo caratterizzato, soprattutto, dal pluralismo politico: un pluralismo politico che esiste in un contesto post cristiano (come i cattolici di centrodestra enfatizzano negli Stati Uniti), ma anche, inaspettatamente, in un contesto post secolare. Questa doppia natura post cristiana e post secolare implica, tra altre cose, una maggiore consapevolezza della mutua necessità di dialogo tra gli impulsi secolar-umanistici e cristiano-umanistici che spingono i nostri tentativi progressivi di tradurre in legge un contratto sociale che tutela la dignità di tutti gli esseri umani. In questo contesto, come già i dialoghi tra Ratzinger e Habermas avevano suggerito elegantemente nel 2004, né la lotta senza quartiere alla secolarizzazione (verso cui propende il mondo cattolico di centro-destra), né l’ossequio cieco di legge e lingua al mondo secolare per provare le proprie credenziali progressiste (verso cui propende il mondo cattolico di centrosinistra) sono la carta vincente. Il paradigma della secolarizzazione non è più sufficiente a spiegare i nostri tempi e dunque anche l’impegno politico dei cattolici richiede di essere ripensato radicalmente.

 

 

Guerre culturali e credibilità cattolica

In questo contesto, l’opzione Benedetto è una risposta alla condizione post cristiana del mondo ma non a quella post secolare. La sentenza Obergefell è un esempio del nuovo paradigma di cui parlo, in cui la dimensione post cristiana e la dimensione post secolare si mescolano in modi molto diversi da quelli espressi nel famigerato, ma spesso invocato, pronunciamento della Corte suprema statunitense sull’aborto nel caso Roe vs. Wade. Allora, nel 1973, la spaccatura tra religioso e secolare era insanabile. Anche a un cattolico liberale non era dato esprimersi favorevolmente sull’aborto, non molto più di quel che Mario Cuomo fece nel 1984, quando si chiese: “Io accetto l’insegnamento della chiesa sull’aborto. Ma devo insistere che lo facciate anche voi? Per legge?”. Non c’era allora, come non c’è oggi, nessuna possibilità per una “teologia dell’aborto”, e in particolare dell’aborto “per convenienza”. Ma questo non è il caso del movimento per i diritti degli omosessuali. Una delle principali ragioni per cui negli Stati Uniti si è assistito a un cambiamento di campo così radicale negli ultimi cinque anni è esattamente il fatto che il movimento Lgbt, insieme a intellettuali cattolici e predicatori evangelici, abbia elaborato un argomento teologico convincente intorno alla questione dei diritti dei gay.

 

Il movimento conservatore di impronta cristiana negli Stati Uniti si è fatto e continua a farsi portavoce di una critica preziosissima agli argomenti liberali in favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, mettendo in guardia dalle conseguenze imprevedibili sulla società americana di un’ortodossia liberale aggressiva che taciti ogni voce critica. Lo stesso movimento però si è dimostrato incapace di rispondere alla questione, che come cristiani rimane bruciante, della dignità delle persone omosessuali e della loro piena partecipazione alla vita comune. Questa incapacità è stata aggravata dalla crisi di credibilità più profonda nella storia della chiesa cattolica americana, cioè lo scandalo degli abusi sessuali, e il coinvolgimento di troppi prelati, già alla guida di disastrose cariche anti-gay, in operazioni di copertura di abusi sessuali. E’ questo il caso, per citare un esempio disdicevole e ironico al contempo, delle dimissioni dell’Arcivescovo di Saint Paul la settimana prima della sentenza Obergefell.

 

 

Jean Vanier, Charles Taylor e la Kenosis

Dreher è ben consapevole di tutto questo e ha scritto con grande coraggio sui fallimenti della chiesa cattolica nello scandalo degli abusi sessuali. Al centro del suo appello all’opzione Benedetto è infatti la chiamata a recuperare credibilità attraverso la testimonianza di comunità che vivono vite cristiane autentiche, e autenticamente contro-culturali. Quando Dreher scrive che abbiamo bisogno di insegnare “la grande tradizione dell’umanesimo cristiano” in “una più vigorosa e teologicamente sostanziale forma della fede”, il mio cuore sussulta: questo è quel che bramo anche io. Ma ci sono altri modi di insegnare e di vivere l’ideale del primato della comunità sull’io che non implicano l’esilio auto-imposto, la battaglia culturale, la distanza dalle istituzioni politiche e sociali del mondo (che i cristiani stessi hanno contribuito a costruire) o il rifiuto di tutti i deisti in cerca di terapie morali che pur rimangono imbevuti di ideali cristiani e in cerca di dialogo.

 

Il vocabolario di Dreher – autenticità, testimonianza, controcultura – e la sua attrazione intensa per l’estetica richiamano l’immaginario di un altro filosofo del comunitarismo, non Alasdaire MacIntyre, ma Charles Taylor ovviamente. E non è un semplice accidente della storia che Taylor abbia intrapreso, insieme a Jose Casanova, un progetto che per la prima volta teorizza esplicitamente questo stesso vocabolario per la chiesa cattolica: “Renewing the Church in a Secular Age”. In esso si cerca di dare un nome e una storia ai modi in cui i cristiani possono vivere profondamente, immanentemente immersi in un mondo che è segnato a fuoco dall’umanesimo secolare e, al tempo stesso, rendere una testimonianza empatica e credibile dell’amore cristiano dal suo interno. La parola chiave del progetto è kenosis, la testimonianza “svuotante” e potentemente performativa che i cristiani fanno propria quando abbracciano vite di servi sofferenti in solidarietà con tutti i marginalizzati del pianeta. E’ una visione di rinnovamento-attraverso-la-misericordia che ben risuona con il papato francescano di Francesco, vedi l’enciclica Laudato si’, e rappresenta un’importante alternativa post secolare all’approccio della guerra culturale.

 

All’Università Gregoriana a Roma la scorsa primavera, Taylor ha offerto un esempio unico di un simile stile di vita di testimonianza immanente e cattolica, quello delle comunità dell’Arca, fondate da Jean Vanier. Vanier ha ricevuto il Premio Templeton quest’anno per avere saputo incarnare questa testimonianza performativa nella sua esistenza di gioia, preghiera e stupore nella stessa casa del nord della Francia per cinquant’anni con una dozzina di uomini e donne con disabilità e altri volontari venuti per fare vita comune con loro. Le comunità dell’Arca sono immanenti. Sono radicalmente e autenticamente aperte all’“altro”. Sono controculturali ma non perché la loro intenzione sia di andare “contro” qualcosa, ma perché il loro incentrarsi su persone “deboli” le porta verso scelte lontane da quelle del mondo. Eppure nella loro missione cercano l’aiuto del mondo, e le sue istituzioni professionali e intuizioni filosofiche.

 

L’esempio dell’Arca mi convince che l’opzione Benedetto non può essere la migliore e unica speranza per la salvezza della chiesa oggi. Abbiamo buone ragioni di ritenere che vi siano modi fruttuosi di testimonianza autentica che sono fondati sul dialogo radicale e che rigettano completamente, o quasi, l’ipotesi della guerra culturale. Per superare lo spettro limitante della politica, mi piace pensare a questi due vettori (le posizioni di MacIntyre e Taylor) come carismi complementari piuttosto che posizioni politiche polarizzanti. Nella condizione post secolare e post cristiana dei nostri tempi ci occorrono entrambi. E ancora di più ci occorre che entrambi possano elaborare un linguaggio e degli obiettivi comuni che consentano loro di incontrarsi, riconciliarsi e abbracciarsi per il bene della chiesa.

 

In questo senso, l’Italia ha un grande vantaggio nei confronti degli Stati Uniti data la storia e l’eredità della Democrazia cristiana che, pur con tutti i suoi problemi, ha creato un linguaggio e un’arena per questi carismi. Per questa ragione ho trovato incoraggianti la decisione della Cei e la lettera di don Julián Carrón. Il loro linguaggio è sensibile alla realtà post secolare e post cristiana e, come Maurizio Crippa ha scritto in queste pagine, riconosce la necessità di articolare una comprensione più ampia e sfumata dell’impegno cattolico nella società italiana, una comprensione che potrà superare, trasformare, o semplicemente non importare il paradigma statunitense della guerra culturale.

 

 

[**Video_box_2**]L’opzione Domenico e Francesco

Circa due mesi fa, in risposta a un articolo di Dreher sull’opzione Benedetto uscita sulla rivista First Things, C.C. Pecknold ha suggerito una “opzione domenicana” che è piuttosto simile all’opzione Benedetto ma prevede anche un’infuocata predicazione itinerante. Sulle note di Pecknold, quello che io immagino e spero per la chiesa è un sodalizio tra domenicani e francescani che, insieme, possano parlare al mondo post cristiano e al post secolare con fervore e gioia.

 

Nella basilica di San Domenico a Bologna, dove il santo ha passato gli ultimi tre anni della sua vita attratto dalla presenza degli studenti all’Università, sul leggio del coro è intarsiata l’immagine, di dubbia accuratezza storica ma grande valore spirituale, dell’abbraccio tra san Domenico e san Francesco, i cui ordini, insieme, hanno rinnovato la chiesa del Tredicesimo secolo. L’iconografia dell’abbraccio tra i due santi richiama tutte le coppie che nella storia della Salvezza si sono santificato a vicenda secondo vie necessarie e misteriose: Adamo e Eva, Mosè e Aronne, Pietro e Giovanni, Maria e Marta. I carismi di Domenico e Francesco, in isolamento, hanno corso grossi rischi e prodotto anche fallimenti. I domenicani hanno generato san Tommaso D’Aquino e l’Inquisizione. Lo spirito francescano anima comunità come L’Arca, ma con la sua apertura radicale corre il rischio di lasciare dietro di sé un vuoto di identità sprituale che richiede un rinnovamento di fede costante.

 

Nel saluto tra Papa Benedetto e Papa Francesco a Castelgandolfo nel 2013 abbiamo assistito a un altro grande abbraccio, che invita profeticamente i domenicani e i francescani tra noi (e, certo, anche i benedettini) ad abbracciarsi spesso e condursi a vicenda alla santità per rinnovare la chiesa in questi tempi sociologicamente e moralmente complessi. Possa l’iconografia di questo abbraccio diffondersi fin da oggi e trovare ospitalità nelle nostre chiese e case.

 

Michael D. Driessen è docente di Scienze politiche e Affari internazionali presso la John Cabot University di Roma

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