Non ci si può liberare di Medjugorje razionalisticamente

La fede e la razionalità al tempo di Francesco. Il Papa, la dottrina, le fragilità sulle apparizioni della Madonna ai veggenti.
Non ci si può liberare di Medjugorje razionalisticamente

Papa Francesco (foto LaPresse)

Che cosa pensi di Maria Vergine e del marianesimo un gesuita è notoriamente difficile da stabilire. E un amico mi dice, seguendo la sua personale educazione gesuitica, che nella Compagnia alla fine si crede solo in Mosè e in Gesù, e solo in loro. Ma che cosa si deve pensare quando il gesuita divenuto Papa, fatto inaudito, se la prende con la pietà popolare di Medjugorje e tutto quell’affannarsi della Madonna a apparire ai veggenti e a fissare appuntamenti continui? Bè, per noi miscredenti e scettici dinnanzi al soprannaturale miracolistico, che ci deliziammo al famoso racconto di Carmelo Bene, “Sono apparso alla Madonna”, non ci sarebbe problema. Invece il problema c’è, perché la fede degli altri esiste e non va disprezzata se si sia laici veri. Ed il problema è sottolineato dall’accoglienza che il secolo fa alle sferzanti parole di Francesco contro l’idea della Madre di Dio fatta postina. Dicono i secolaristi amici di questo papato, amici interessati e spesso faziosi, che siamo alla grande svolta, e che finalmente un grande uomo di chiesa squarcia il velo dell’ignoranza, libera la fede in Cristo dall’ipoteca della religio, da una devozione o pietà popolare indegna di tempi illuminati, sensisti, materialisti, scientisti.

 

Lucrezio, poeta e profeta dell’antichità precristiana, credeva negli Dei e pensava che non dovessimo importunarli né lasciarci importunare da loro, abitatori degli intermundia; ma detestava la religio, la pratica religiosa e le credenze sacrificali e rituali, come fonte di angoscia e di sottomissione degli uomini alla paura della morte, ingiustificata a suo dire (sebbene abbia avuto dei dubbi anche lui, e melodiosi). Machiavelli, millecinquecento anni dopo, alla soglia del tempo moderno e all’uscita da un medio evo cristiano pieno d’ombra e di luce, faceva l’operazione opposta: era un senza Dio, ma credeva in modo asciutto, da ateo devoto, nell’effetto positivo della religione allo scopo di dare sostanza, equilibrio e fondamento al mondo, sempre sul punto di crollare nell’insicurezza politica (Gennaro Sasso ha dedicato alla faccenda pagine lineari e puntuali in un breve saggio).

 

E’ chiaro che non si può risolvere tutto, come spicciativamente sembra voler fare questo Papa misterioso e mirabile, dicendo che la fede è un incontro con Cristo, stop. Il cristianesimo non è solo esperienza soggettiva, non è solo storia evolutiva, non è solo struttura del discorso, i tre idoli del moderno. Anche l’eucaristia è misteriosa, gaudiosa, salvifica, è concetto teologico che nessuno può sottrarre all’irrazionale scelta, molto irrazionale eppure perfettamente evangelica, di credere nella corporeità cristica e nel sangue vivo del patto detto della “nuova ed eterna alleanza”. Insomma: la mozione spirituale o il simulacro devoto di una Madonna sentita come viva e presente in un punto qualsiasi del globo, a Medjugorje oggi come ieri a Lourdes o a Fatima, non è cosa di cui ci si possa liberare razionalisticamente (gesuiticamente?). Più del che cosa, a meno che non si sia seguaci della setta di Odifreddi, conta il fatto che la cosa è creduta, che è fonte di ispirazione e travaglio.

 

Certo la chiesa ha il diritto e il dovere di vegliare sulla pietà popolare e di distinguere, e sono certo che il lavoro di un talento spirituale e loico come quello di Camillo Ruini e della sua commissione su Medjugorje non è andato sprecato.

 

Quando se ne conosceranno i risultati, sarà bello riandare a certi giudizi sommari, senza per questo affondare il credere nella mera credulità, nell’effetto di suggestione, nelle pratiche desuete di una devozione che non si porta più.

 

[**Video_box_2**]Però il problema resta. Carità e misericordia, al di fuori del mistero della fede, e della sua razionalizzazione filosofica e teologica nello stile di Paolo VI o di Benedetto XVI o di san Giovanni Paolo II, valgono, direbbe Francesco, come il programma di una Ong. Cioè meno, molto meno di quanto non si pensasse dovesse valere la predicazione di Gesù nell’epoca in cui le cose messianiche narrate nei vangeli sconvolsero l’antico Israele e il nuovo mondo testamentario. Se il popolo cristiano vuole dire la sua sulla povertà, sulla famiglia, sul gender, sull’aborto, sulla vita insidiata dall’eugenetica e su tante altre cose afferenti amore di Dio misericordia e timore di Dio, posto che quel popolo esista ancora e sia ancora titolare del diritto di essere sé stesso, bisogna che la sua retrovia devota sia ben presidiata, anche dalla Compagnia di Gesù e dal suo Papa. Staremo a vedere.

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