I ponti di Bosnia

Ha chiesto di passare per le vie di Sarajevo con la papamobile scoperta, Francesco, in barba a ogni minaccia terroristica e ai funesti e celebri precedenti datati centouno anni fa. Vuole vedere con i suoi occhi le tombe che puntellano qua e là il paesaggio urbano, ancora segnato dai colpi di mortaio. Non è una gita fuori porta, quella che il Papa compie oggi in Bosnia.
I ponti di Bosnia

Il ponte sulla Drina, dove il fiume “sembra sgorgare con tutto il peso della sua massa d’acqua, verde e schiumosa, da una catena ininterrotta di nere e ripide alture”

“Se Dio ha tolto la sua mano da questa sventurata cittadina sulla Drina, l’ha tolta forse anche da tutto il mondo e da tutta la terra che si trova sotto il cielo? Costoro non continueranno in eterno a comportarsi così”. (Ivo Andric, “Il ponte sulla Drina”)

 

Ha chiesto di passare per le vie di Sarajevo con la papamobile scoperta, Francesco, in barba a ogni minaccia terroristica e ai funesti e celebri precedenti datati centouno anni fa. Vuole vedere con i suoi occhi le tombe che puntellano qua e là il paesaggio urbano, ancora segnato dai colpi di mortaio. Sepolcri sorti nell’ultima guerra intestina che ha imbrattato di sangue quella terra, un quarto di secolo fa. Cimiteri scavati perfino nei giardini pubblici, perché spazio per seppellire i morti non ce n’era più. Non è una gita fuori porta, quella che il Papa compie oggi in Bosnia. Non va lì per beatificare o canonizzare qualche venerabile servo di Dio o per concedersi un bagno di folla. La sua visita ha un enorme significato politico, perché quella città, la cosiddetta Gerusalemme d’Europa, riassume idealmente in sé tutta la portata del dramma che da mesi vive il vicino oriente, squassato e rivoltato dall’orda jihadista del Califfato, con le minoranze cacciate e perseguitate e soppresse. Ninive, dopo duemila anni, quasi non ha più cristiani tra i suoi abitanti. Aleppo ne ha sempre di meno. I monasteri, un tempo brulicanti di monache e monaci e studenti, sono lasciati alla custodia fatalista di anziani saggi che hanno passato le ultime settimane a nascondere le reliquie e i tesori più preziosi. Anche a Sarajevo l’emorragia di cattolici prosegue ininterrotta da più di vent’anni. L’ha detto il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, parlando con i media vaticani alla vigilia del viaggio: da ottocentomila che erano, ne sono rimasti quattrocentomila. Quelli che non se ne sono andati contribuiscono a tenere in piedi il fragile sistema che si fonda su un sottile equilibrio diplomatico che tempo fa ha spartito le istituzioni in base a quote e percentuali relative alla composizione etnica e religiosa della popolazione. Tre presidenti a rotazione perché tutti siano contenti, il quaranta per cento di musulmani, il trentuno di serbo-ortodossi, il quindici di croato-cattolici. Un condominio assai vetusto che sta sull’orlo del burrone. Basta un refolo di vento un po’ più forte del normale, e tutto si rompe.

 

Sarajevo oggi ha di nuovo la sua bella biblioteca, l’arabeggiante Vijesnica ricostruita dalle macerie belliche. Ma le comunità cittadine sono diffidenti l’una nei confronti dell’altra, con i cristiani che segnalano la progressiva sparizione dell’aceto dai supermercati e i musulmani che si sentono isolati, anche per la presenza di un gruppo di wahabiti che, come ha spiegato ieri ad Avvenire l’arcivescovo Vinko Pulijc, “costituisce un grande problema”. La guerra ultima che un centinaio di chilometri a ovest buttò giù l’antico ponte di Mostar, ha peggiorato le cose, ma non spiega tutto. Per capire Sarajevo e tutta la Bosnia d’oggi, è sufficiente entrare in una libreria e pagare dieci euro per un capolavoro dimenticato scritto settant’anni fa, “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andric. Scrittore, diplomatico, bosniaco per l’anagrafe, croato per la parrocchia e serbo per la carriera. Esempio perfetto della poliedrica realtà slava.  Il suo capolavoro è uno di quei libri che sfuggono all’occhio dell’avventore che s’aggira tra gli scaffali e che spesso si legge per (benemerita) costrizione di qualche professore di storia liceale che sarebbe – profanamente parlando – degno d’assurgere all’onore degli altari.

 

E’ la storia d’un ponte a undici arcate ad ampio raggio, pure modesto nella struttura e nella fantasia architettonica, tirato su cinque secoli fa dal visir Mehmed Pascià a Visegrad, ove “la Drina sembra sgorgare con tutto il peso della sua massa d’acqua, verde e schiumosa, da una catena ininterrotta di nere e ripide alture”. Visegrad, sobborgo anonimo reso importante dall’essere crocevia di popoli e culture, a cavallo com’era tra il mondo cristiano e quello turco. Quella costruzione che diventa “anello indispensabile sulla strada che congiunge la Bosnia con la Serbia e, oltre la Serbia fino a Istanbul”. Unisce, insomma, l’occidente all’oriente, costante fissa ed eterna che contrassegna il racconto dal principio alla fine. I serbi cristiani che arrivano sul ponte dalla riva sinistra, i turchi musulmani da quella destra. Ma di bucolico c’è ben poco. C’è il sangue, la sofferenza e il sacrificio dei tanti cristiani che lavorarono giorno e notte alla costruzione di quell’opera all’epoca enorme. Contadini presi dai campi e messi a squadrare pietre e a piantare pali in mezzo all’acqua. Con il fiduciario del visir, Abidaga, che li aggrediva imprecando per quelle che considerava perdite di tempo: “Le giornate sono brevi. Sempre più brevi! Oh, figli di cagna, non sapete far altro che mangiare il pane a ufo”. Si è scritto che l’intento di Andric fosse quello di ergere quel ponte a simbolo della fusione di due diversi mondi contrapposti; realtà che sono finite per succedersi l’una all’altra, con gli abitanti di Visegrad schiacciati in mezzo, prima vessati dai turchi e poi sottomessi agli austriaci, “portatori di una morale fiacca, corrotta e corruttrice”, come si legge nella Introduzione all’edizione di Mondadori. A recensirlo in Italia fu, tra i primi, Leonardo Sciascia.

 

Era il 1961, qualche mese prima che Andric ricevesse il Nobel – uno dei più rapidamente cancellati dalla memoria del premio – e l’autore siciliano scriveva su Mondo Nuovo che quello era “il libro di un uomo saggio che, nella misura in cui ha coscienza del passato, vive e sente il presente e ha fede nell’avvenire. Andric crede nella ragione degli uomini: e se racconta la storia di un luogo e di un tempo in cui la vita fu inconsciamente ragionevole, in grazia di quel ponte gettato tra le due sponde della Drina, tra l’oriente e l’occidente, è perché crede che il mondo può diventare, consciamente, il luogo della ragione”. E poi, notava ancora Sciascia, “questa è una delle opere narrative più profondamente socialiste che ci siano venute da paesi socialisti: forse appunto perché l’autore ha fatto a meno di quegli schemi, di quei paradigmi, di quelle regole che altri scrittori, di altri paesi, si fanno imporre o si impongono o semplicemente credono di dovere imporsi”. Andric lesse quella recensione nel periodo in cui non c’era troppa gente che volesse incontrarlo. “Ringraziò per l’articolo di Sciascia sull’uomo saggio e sorrise con indulgenza. Mi invitò a sedere, facendomi capire che il lavoro lo aspettava”, avrebbe detto molti decenni dopo Pedrag Matvejevic, ricordando quel momento, lui che all’epoca era giovane studente a Zagabria: “Io non avevo il coraggio di parlare e Andric non era certo un uomo loquace. Lo pregai di farmi una dedica sull’edizione italiana del suo libro. Si soffermò un momento, prese una bella e antica penna stilografica e con la sua chiara grafia scrisse in lingua originale una frase del poco noto “Codice” di Leonardo da Vinci: ‘Da oriente a occidente in ogni punto è divisione’. Non sapevo che cosa mi stupisse di più: Leonardo, di cui ero convinto che guardasse molto di più all’occidente e alla Francia, e non all’oriente e ai Balcani, o lo stesso Andric, che conosceva perfino quei dettagli della cultura e della lingua del paese vicino”.

 

Una divisione che lui, nel “Ponte sulla Drina”, ha descritto fin nei più crudi dettagli, come il racconto macabro dell’impalamento alla turca, con il legno affilato che meticolosamente viene introdotto nel corpo del condannato per uscire vicino alla spalla, senza ledere alcun organo vitale, sì che il supplizio sia rispettoso del codice. Ce ne sono tanti di impalamenti nel romanzo, anche se solo uno descritto passo a passo. Come tante sono le teste che rotolano e che vengono infilzate sul ponte, alla “porta”, la terrazza che fungeva da punto di ritrovo per le comunità delle due sponde: “Vennero condotti lì tutti coloro che, sospettati o colpevoli, furono arrestati in connessione con la rivolta, sul ponte stesso oppure in qualche località di confine (…). Lì furono tagliate teste calde o semplicemente sfortunate, che erano poi conficcate sui pali disposti attorno all’edificio, mentre i corpi venivano buttati dal ponte nella Drina”. Una porta che poi “non fu quasi mai più priva di un simile ornamento”, specie in tempi di moti: “Quando i rivoltosi bruciarono i villaggi vicini alla cittadina, fra i turchi l’indignazione superò ogni limite. Non solo tutti si misero a catturare ribelli e spie o coloro che ritenevano tali per portarli al comandante del ponte, ma, nella loro esasperazione, volevano intromettersi anche nelle esecuzioni”. E un giorno, alla porta, spuntò pure la testa del parroco di Visegrad, “quello stesso pop Mihail che aveva trovato la forza di scherzare insieme con l’imano e il rabbino al tempo della grande alluvione”, quando – nell’oscurità della notte – il Rzav si alzò e ostruì la Drina al suo sbocco. “La forza degli elementi e il peso della comune calamità hanno avvicinato questi uomini e, almeno per stasera, hanno gettato un ponte sull’abisso che separa una fede dall’altra e, in special modo, i cristiani dai turchi”. Così si ritrovarono, a sorbire caffé e mandar giù rakija, pop Mihailo, l’imam Mula Ismet, il rabbino Elias Levi detto Hadzi Liaco. Accomunati dalla tragedia, trovarono anche il modo di scherzare: “Non bisogna parlare molto delle preghiere contro l’inondazione, perché, se questi nostri ci pensano, ci mandano fuori tutti e tre, sotto questo acquazzone, a recitar preghiere per far ritirare l’acqua”, disse di colpo il rubicondo rabbino rivolto agli altri due. Tutto finì con le guerre balcaniche del 1912-13 e le vittorie dei serbi.

 

Cambiò il mondo per Visegrad e il suo ponte: la frontiera, prima distante una manciata di chilometri, arretra di mille chilometri. “Quest’oriente che aveva creato il ponte, e che fino al giorno prima vi era stato presente, benché frantumato e intaccato, ma sempre stabile e reale come il cielo e la terra, adesso scomparve come un fantasma, e così il ponte non congiunse altro che le due parti della cittadina e la ventina di villaggi ai due lati della Drina”. E’ forse lì, in quell’epoca lontana e di poco precedente al “guerrone”, che iniziò a crescere la radice di tutto l’infausto destino che sarebbe toccato nel Novecento ai popoli dei Balcani. Andric ne era certo, al punto di scrivere che “il grande ponte di pietra, che secondo gli intendimenti e la pia decisione del visir Sokolovic doveva unire, come l’anello di una catena, le due parti dell’impero, e facilitare ‘per amore divino’ il transito da occidente a oriente e viceversa, adesso era effettivamente reciso sia dall’oriente che dall’occidente e abbandonato a se stesso come una nave arenata o come un tempio derelitto. Adesso la sua funzione era venuta a mancare”.

 

[**Video_box_2**]L’agonia della Sublime Porta, dell’Impero del sultano, era all’epilogo. Lo capivano anche i vecchi con lo sguardo disinteressato rivolto al ponte, ascoltando appena, con aria distratta, quel che scrivono i giornali. Avvolti nel fumo di tabacco, commentano come profeti che tutta questa storia di certo non finirà bene. “Ricordano come durante la loro vita il potere turco si sia ritirato dalla Serbia alla Bosnia, e poi dalla Bosnia al Sangiaccato. Ed ecco, ora sono arrivati al punto di veder defluire e indietreggiare questo potere, come una fantastica marea, lontano, fino a una regione cui non arriva il loro sguardo, mentre essi sono rimasti qua, alghe sulla terraferma, ingannati e minacciati, abbandonati a se stessi e alla loro cattiva sorte”. I vecchi maomettani stanno sul ponte di giorno, i giovani serbi di sera. Disillusi i primi, baldanzosi gli altri, che “cantano a voce alta, come per dispetto, la canzone del cannone serbo, senza che nessuno li multi o li punisca”. La Prima guerra mondiale chiude definitivamente un capitolo della storia, la Seconda rade al suolo quel che neanche trent’anni prima era rimasto in piedi. I rapporti tra le comunità si irrigidiscono, l’epopea titina incancrenisce le tensioni che sarebbero scoppiate all’alba degli anni Novanta, con i cecchini appostati sui tetti di Sarajevo e l’ecatombe di Srebrenica, con i raid sul Kosovo e la frantumazione di quella che era la Yugoslavia. E con gli stessi accordi di Dayton che non tutto hanno pacificato, se è vero che “nella zona della Repubblica Serpska hanno di fatto legalizzato la pulizia etnica”, ha osservato il cardinale Pulijc.

 

E’ questo il teatro che oggi si presenta dinanzi agli occhi del Papa pellegrino. Notava Andric, quasi fosse un vate, che “a causa dell’eterno e imprevedibile giuoco dei rapporti umani, l’opera pia del visir s’era trovata all’improvviso ripudiata e, come per magia, posta fuori della corrente principale della vita”. E il ponte che tanto aveva unito, per quattro secoli, ora se ne sta “dritto, come condannato, ma in sostanza ancora indenne e intero, tra due mondi in guerra”.

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