Se anche la chiesa cinese di regime alza la testa contro Pechino

Le autorità della ricca provincia dello Zhejiang hanno pubblicato un disegno di legge che regola l’esercizio del culto cristiano nel territorio di loro competenza.
Se anche la chiesa cinese di regime alza la testa contro Pechino

Roma. Le autorità della ricca provincia dello Zhejiang, estremo oriente della Cina, hanno pubblicato un disegno di legge che regola l’esercizio del culto cristiano (cattolico o protestante, non fa differenza) nel territorio di loro competenza. Quasi si fosse nella Francia illuminata che non tollera presepi o statue di papi santi perché “troppo vistose”, i burocrati comunisti hanno stabilito che le croci vanno ridimensionate e comunque mai esposte sui campanili o in cima alle chiese. Tutto bene se, invece, le si mette sulla facciata, purché abbiano lo stesso colore del muro principale, così da mimetizzarsi come camaleonti. Tuttavia, siccome alle apparenze ci tengono anche i quadri del Partito, la proposta di legge è a disposizione di chiunque voglia discuterla, criticarla, muovere osservazioni, dubbi o perplessità. E’ un problema di urbanistica, fa sapere il Global Times, ricordando che la libertà religiosa è garantita e che l’armonia del decoro architettonico cittadino va salvaguardata. Per scoraggiare proteste, subito si elencano gli edifici cattolici e protestanti rasi al suolo dai bulldozer negli ultimi anni. Una sorta di memento, insomma. Eppure, per la prima volta, c’è chi si è ribellato anche tra la chiesa d’apparato, quella controllata dallo stato che non prevede la nomina dei vescovi previo placet di Roma. Come ha rilevato l'agenzia France Presse, è un fatto “raro” e non è un caso che il sito internet della chiesa di Chongyi, a Hangzhou, dov’era stato pubblicato il commento critico, ieri sia stato oscurato e risultasse irraggiungibile per ore. Il comunicato diffuso dalla comunità cristiana sottolineava che “le regole pongono molte irragionevoli richieste per gli edifici cattolici e protestanti”. Inoltre, le autorità locali venivano esplicitamente accusate di interferire “eccessivamente nella libertà circa l’uso ragionevole degli interni degli edifici, violando così lo spirito che sta alla base della gestione religiosa dello stato”. Solo nello scorso mese d’aprile, aveva reso noto China Aid Association, dodici croci erano state rimosse dalle chiese di Lishui, sempre nello Zheijang. A marzo, un sacerdote era stato condannato a un anno di carcere per aver tentato di fermare la rimozione della grande croce posta in cima alla chiesa di cui era responsabile. Per i giudici, aveva “turbato l’ordine pubblico”.

 

Episodi che si intersecano con la ricerca, lenta ma continua, di un dialogo tra Pechino e la Santa Sede. E’ in quest’ottica che va letto il silenzio prudente del Vaticano su quanto avviene nel paese asiatico, dove vescovi e sacerdoti possono sparire senza che di loro si sappia più nulla fino alla morte. Intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà teologica del Triveneto, lo scorso 24 aprile, il cardinale segretario di stato Pietro Parolin aveva spiegato di non avere buone nuove circa i negoziati: “Mi spiace dire che non ci sono grandi novità. Vorrei annunciare delle grandi novità, ma purtroppo non ci sono”. Il rimando era alle parole del Papa, da sempre prudentissimo sul dossier: “Avete sentito da parte del Santo Padre queste rinnovate espressioni di apprezzamento nei confronti del popolo cinese e di offerta al dialogo e di recarsi in Cina a incontrare il presidente (Xi Jinping, ndr). Noi speriamo che queste manifestazioni del Papa possano creare sempre più un clima adatto per riprendere un dialogo sostanziale verso la soluzione delle difficoltà che esistono attualmente tra la Cina e la Santa Sede”. Chi da sempre è contrario al dialogo è il cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong. “A Pechino non c’è volontà di dialogo, mi risulta che nei colloqui i loro delegati mettano sul tavolo un documento da firmare e i nostri non abbiano la possibilità e la forza di fare proposte diverse”, aveva detto tempo fa al Corriere della Sera. Molto più prudente è il suo successore, il cardinale John Tong Hon, disponibile a lavorare per imbastire un dialogo con i dirigenti di Pechino. Purché sia “sincero” e rispetti “i nostri princìpi”.

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