La parodia della laïcité

Subito sepolto in Francia il dibattito sulla riscoperta delle radici cristiane. Tra carne di porco e statue della Vergine, c’è chi vuole l’arabo come prima lingua a scuola. Inchiesta del Figaro: su 190 luoghi di culto islamici inaugurati nel 2011, 114 sono stati edificati grazie alla vendita di terreni comunali. A prezzi stracciati.
La parodia della laïcité

Opera dell’artista britannico Nick Walker, il murales “Le Coran can” fu realizzato nel 2010 in Quai de Valmy, a Parigi

Per spostare una statua della Vergine Maria che disturbava i devoti alla dea ragione, nella pacifica Alta Savoia, non ci hanno pensato poi troppo. Con un decreto esecutivo, il tribunale amministrativo di Grenoble l’ha fatta rimuovere perché rea di violare la separazione tra chiesa e stato. La colpa della madonnina era quella di essere stata installata in un parco comunale, tra gli alberi e i sentieri battuti per favorire la passeggiata quotidiana di anziani con badante e mamme con passeggini. Niente da fare, quel prato è suolo pubblico e quindi la statua va tolta, messa in qualche magazzino o cantina, in modo da non turbare le coscienze della collettività. Pure il sindaco, uomo di sinistra, ha allargato le braccia sconsolato: “Non pensavo si arrivasse a questo punto”. Il parroco invece ha inforcato gli occhiali e contesta la decisione in punta di diritto: “Suolo pubblico? Ma se quel terreno è stato comprato con gli spiccioli della parrocchia!”. Rimostranze vane, la legge (in particolare quella del 1905 sulla separazione tra chiesa e stato – “Se tutti sapevano qual era lo stato, la chiesa dalla quale doveva separarsi era quella cattolica”, osservava tempo fa il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi) è la legge e la santissima laïcité repubblicana va onorata.

 


A ben guardare numeri e statistiche, però, si scopre che la legge proprio uguale per tutti non lo è. Il quotidiano Figaro è andato a spulciare i documenti depositati negli archivi municipali della République, scoprendo che su 190 luoghi di culto musulmani inaugurati dal 2011, ben 114 sono stati realizzati grazie alla vendita di terreni comunali. Senza troppa burocrazia, carte bollate o resistenze della Federazione del libero pensiero, che pare avere da quelle parti qualche centinaio di entusiasti accoliti. Cosa ben diversa capita invece quando a chiedere il permesso di costruire una cappella, un oratorio o uno di quei saloni parrocchiali di cui ha parlato ieri mattina Francesco in San Pietro durante la messa crismale – evento già di per sé raro in un paese dove le chiese, di norma, vengono rase al suolo perché il riscaldamento costa troppo e non c’è più gente con cui riempirle, se non schiere di anziane che si ricordano ancora di Pio undecimo e Pio duodecimo – è qualche gruppo religioso cristiano e in particolare cattolico.

 


Il fatto è che “quando si tratta di islam, ogni scrupolo per la neutralità lascia il posto a un chiaro attivismo dei comuni”, scrive Jean-Christophe Moreau, specialista di storia del diritto e autore, insieme a Isabelle Kersimon, del libro “Islamophobie, la contre-enquête”(Plein jour, 2014). Il motivo non è da ricercare nella paura, nell’accondiscendenza più o meno timorosa verso la minoranza più determinata e numericamente importante di Francia, bensì in meri e miserrimi calcoli elettorali. Con i cittadini musulmani sempre più numerosi, accontentarli costa ben poco a quei tanti sindaci in cerca d’una comoda rielezione. Siamo alla parodia del principio di laicità, della separazione tra chiesa e stato, nota Moreau: “I comuni hanno in pratica un potere quasi discrezionale nel valutare l’esistenza di un interesse pubblico locale per i luoghi di culto”. Il rischio, ça va sans dire, è che questo interesse pubblico sia sacrificato al calcolo elettorale, finendo così con il favorire alcuni gruppi confessionali rispetto ad altri”. Il quadro che si presenta è dunque chiarissimo, osserva il Figaro: “Tutto porta a credere che le municipalità d’ogni colore politico, con l’unica eccezione del Fronte nazionale, diventeranno i primi locatori di proprietà riservate al culto musulmano”. Per farsene un’idea, è sufficiente tenere a mente che il progetto della grande moschea di Tours ebbe inizio “con la vendita di terreni a un prezzo ridicolo, sette euro e mezzo al metro quadrato, con in più una promessa di sovvenzione ‘culturale’ pari a due milioni e mezzo di euro. E questo nonostante il debito record della città”. Copione identico, sottolinea Moreau, a Evreux, dove “si è dato il via libera alla fornitura di un terreno di cinquemila metri quadrati alla cifra simbolica di un euro”. Beneficiaria, in questo caso, l’Unione del culto musulmano di Evreux. A Nantes, la grande moschea Assalam, inaugurata con bande e giocondi tagli di nastri tricolore – che sorge anch’essa su un terreno venduto dal comune – gode di una sovvenzione sempre culturale di duecentomila euro”. Forse è il caso, nota il quotidiano francese, di relativizzare il discorso apocalittico di Edwy Plenel, già direttore del Monde e attuale numero uno di Mediapart, sul paese che sarebbe “in guerra contro la visibilità dell’islam”.

 


Anche perché non si vedono sul campo plotoni di combattenti pronti alla battaglia, se è vero che pure il senatore Jacques Legendre, esponente della destra gollista, cioè dell’Ump capace di umiliare i socialisti alle recenti elezioni dipartimentali, ha lanciato l’idea di togliere il francese dalle scuole dove gli studenti stranieri – o comunque i figli di immigrati – sono la maggioranza. Perché, in queste circostanze, non far studiare l’arabo, ha chiesto allora Monsieur Legendre, durante un’audizione che aveva a oggetto lo studio delle misure da attuare per prevenire i comportamenti che mettono in pericolo i valori della République. Già che ci siamo, hanno ironizzato online in tanti, somministriamo a piccole dosi pure la sharia. L’esponente dell’Ump invece non ha la minima intenzione di scherzare: così facendo, ha spiegato, si favorisce l’inclusione e magari non si fanno sentire troppo estranee le moltitudini che affollano sempre più le periferie delle metropoli, dove ormai ai piccoli negozi d’alimentari che mettevano in vetrina Camembert e jambon si sostituiscono locali con esposti burqa di tutte le misure e di (quasi) tutti i colori. E’ sufficiente fare una passeggiata a Saint Denis, dove fino a qualche secolo fa venivano tumulati i re di Francia, cattolicissimi e taumaturghi, unti e incoronati a Reims.

 


[**Video_box_2**]Lo scorso gennaio, il deputato socialista Malek Boutih, lontano dalle ireniche proposte del collega gollista, aveva esposto in un’interivsta al settimanale Point i suoi personali cahiers de doléances: “Quando in alcuni comuni si propongono orari particolari in cui la piscina è riservata alle donne, è già un problema. Non è accettabile. Così come è un problema quando i genitori non permettono alla loro figlia di indossare i pantaloncini per andare a lezione di ginnastica”. E’ chiaro, diceva dopo la strage di vignettisti nella redazione di Charlie Hebdo, “che per i musulmani di Francia nulla sarà più come prima”, e di certo la soluzione non può essere quella di introdurre l’arabo nelle scuole come prima lingua, in barba alla Marianna e alla Marsigliese.

 

Il senatore Legendre, con tutta evidenza, deve essere uno di quelli ostili alla linea del partito impressa dal suo vecchio-nuovo leader, Nicolas Sarkozy. L’ex presidente sconfitto da François Hollande nel 2012, per portarsi a casa più dipartimenti possibili e far capire alla patria che lui è davvero tornato in pista, ha passato le settimane a discettare di carne di maiale da far sparire dalle mense scolastiche del paese, in nome della salvaguardia dell’identità nazionale tanto messa a rischio. Princìpi cari a Marine Le Pen, e che di certo sono lontani anni luce dalle idee naïf del senatore che vuole introdurre l’arabo come lingua primaria nelle scuole (e non solo in quelle confessionali).

 


Sembrano passate ere geologiche da quando la Francia pareva essere diventata la terra dove sperimentare la “laicità aperta” cara a Benedetto XVI, che proprio a Parigi, nel discorso al Collegio dei Bernardini, esortò alla riflessione sulla libertà dal fondamentalismo e sulla domanda dell’Ignoto dissetata da fede e ragione. Solo pochi mesi prima, nella basilica di San Giovanni in Laterano, ricevendo il titolo di protocanonico, Nicolas Sarkozy auspicava “l’avvento di una laicità positiva, cioè una laicità che non considera che le religioni sono un pericolo, ma piuttosto un punto a favore”. Una laicità che, aggiungeva l’allora inquilino dell’Eliseo, “non può essere negazione del passato. Non ha il potere di tagliare la Francia dalle sue radici cristiane”, perché “tagliare le radici significa perdere il significato, significa indebolire il fondamento dell’identità nazionale e disseccare ancor più i rapporti sociali che hanno tanto bisogno di simboli della memoria”. Oggi, invece, discetta di menù alternativi e neutri. Come scrive Slate nella sua versione d’oltralpe, Sarkozy è lo stesso uomo che ha “esaltato le radici spirituali della Francia” e che a Riad, davanti a tutte le massime autorità dell’islam sunnita, citò per tredici volte il nome di Dio. Tanto per sottolineare quant’acqua sia passata sotto i ponti della Senna.

 


Nel frattempo, un rappresentante socialista dell’Alto Reno fa staccare il crocifisso che da due secoli dominava imponente sull’aula consiliare. Peggio è andata al rabbino di Tolosa, che al seggio elettorale, lo scorso 22 marzo, s’è visto chiedere – non è dato sapere quanto gentilmente – di togliersi la kippah, in nome del “principio di laicità”. Il presidente della conferenza episcopale locale, mons. Georges Pontier, qualche settimana fa firmava un documento in cui deplorava il disegno di legge presentato da una senatrice radicale finalizzato a laicizzare gli asili, indottrinando le maestre affinché non menzionino Gesù, Maria, Buddha, Maometto o Vishnu davanti ai bambini. Ecco “un nuovo attacco che cerca non solo di relegare le religioni alla sfera privata ma a nasconderle facendole sparire progressivamente da ogni luogo della vita sociale”, finendo così per “promuovere una società svuotata di qualsiasi riferimento religioso”, diceva il presule.

 


Qualcuno, nel post Charlie Hebdo, aveva tentato di rispolverare il vecchio tema delle radici giudaico-cristiane, dell’ancoraggio al cattolicesimo della nazione che ha generato Charles Péguy e Georges Bernanos. Lo stesso deputato Boutih s’era detto convinto che “un importante dibattito politico si sarebbe necessariamente aperto su tutti questi temi”, anche perché se la classe politica cosiddetta repubblicana, cioè l’arco che va dai socialisti ai gollisti, non sarà in grado di fornire le risposte adeguate, “a farlo sarà il Fronte nazionale”. L’auspicio è rimasto tale. “Il dibattito è stato rapidamente sepolto dai fautori del secolarismo dogmatico, che cercano di arginare il ‘religioso’ dello spazio pubblico”, ha scritto ancora Slate. Il dibattito sul “laicismo militante” non va più di moda, soppiantato da quello sulla “neutralità religiosa”, che tanto appare come “una nuova categoria insuperabile”. E’ un dogma: neutralità religiosa nelle mense scolastiche, neutralità religiosa all’università, neutralità religiosa nelle scuole. “Neutralizzare tutto per preservare i valori della République”.

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