La famiglia. Senza virgolette

Obiezioni chiodate – al recensore Crippa e al recensito Melloni – intorno a un saggio in cui il matrimonio tradizionale diventa un’ideologia del potere da relativizzare accanto a Gesù, magari in una chiesa guidata da Tim Cook.
La famiglia. Senza virgolette

La sacra famiglia (1650) in un dipinto di Bartolomé Esteban Murillo

Caro Crippa, hai recensito l’altroieri un pamphlet di Alberto Melloni in cui si mette la parola famiglia tra virgolette, “famiglia”; lo hai fatto con stile, eleganza e, com’è tradizione della ditta, distacco non privo di passione. Ti conosco da molto tempo e so che per le idee e la fede sei cristianamente pronto al martirio, con ironia, ma temi straussianamente la persecuzione, o meglio un clima di “rissa” (definisci rissa noiosa il gran baccano in occidente su famiglia, sesso eccetera), e quindi usi un’arte scrittoria che lascia la tua verità e molto altro tra le righe. Vorrei stanare un po’ la tua cautela, anche in aiuto al lettore occasionale, su una delle poche questioni non noiose della vita contemporanea, e inchiodare alle mie obiezioni recensore e recensito (il libro non l’ho ancora letto, ma le tesi mi sono chiare da tempo, e lo farò presto).

 

La battuta del vecchio parroco del XXI secolo è formidabile: “Oggi si vogliono far prete solo le donne, vogliono far figli solo quelli che non possono averne, e vogliono sposarsi solo gli omosessuali”. E’ degna di una battuta che ho sentito fare a Joseph Roth, come sempre piuttosto in forma: “Su due cose i gay americani sono fissati, il diritto di fare il soldato e il diritto di sposarsi: due cose per me detestabili”. Da pubblicista di razza tu innesti su questo divertente paradosso del parroco la lettura benevola del saggio bergoglista o kasperista di Melloni. E te la cavi in breve, con chiarezza.

 

Melloni dice tutto – racconti – quando mette le famose virgolette del postmoderno alla parola famiglia. “Famiglia”. Lo fa (magari tendenziosamente) nel corso dei suoi carotaggi storici e teologici intorno al tema dell’amore senza fine e della fine dell’amore (amore indefinito sessualmente e plurale, tra l’altro nozze gay, fine della “famiglia” uomo-donna e del suo amore coniugale, per esempio il divorzio o i divorzi: temi centrali nella cultura del mondo e della chiesa che è nel mondo). Gesù è contro l’assolutizzazione della famiglia, le virgolette sono per Melloni evangeliche. Gesù è contro l’adulterio come contro la sua condanna alla stessa stregua, Gesù insegna a odiare la famiglia-prigione e a seguirlo per onorare lui, il figlio dell’uomo, il Messia, la verità, la via, la vita, il maestro che libera. Gesù relativizza criteri che solo poi diventeranno non negoziabili. Torniamo all’annuncio evangelico scandaloso. Ripuliamoci delle figure giuridiche del diritto romano e di altri sistemi monarchici di diritto, fino al codice napoleonico. Il matrimonio cristiano, quello fondato sull’assolutizzazione impropria del messaggio, in combutta con imperatori e re, è maschilismo e omofobia, pura ideologia e puro potere. La chiesa deve reimparare con Francesco e il Sinodo a perdonare, in nome di questo ritorno al vangelo, l’amore senza fine e la fine dell’amore. Misericordia. Risposte temporanee serenamente accettate. E tu a queste affermazioni parola non appulcri, ti limiti a dire tra le righe che qui lo scrivente-recensore non intende indagare se Melloni-recensito in queste sue tesi abbia un grado esauriente e persuasivo di ragione. Cazzo.

 

Seguimi, te ne prego, e vediamo se ci si possa esporre, magari insieme, al martirio della noia, dell’ovvio, della banalità dell’essere della cosa, oltre l’acrobazia del lessico e dell’uso indefinito dei concetti. Uscendo dal tra-le-righe. Dunque. Fammiti dire che non mi interessa una discussione confessionale, chiesa latina, chiesa orientale, vangelo sine glossa, patristica delle origini, scolastica, riforma protestante, riforma cattolica, modernismo, concilio, paysan de la Garonne e magistero. Cioè, certo che mi interessa, ma solo perché quei carismi, se così si possa ancora dire, e quella cultura, se la parola non risuoni del significato forse abusato di guerra culturale, hanno fatto del cristianesimo fino ad oggi conosciuto la base della discussione laica su persona, libertà, eguaglianza, diritto. E della analisi di ciò che possa mai essere amore. Con tutte le sue pratiche possibili, plurali certo, ma anche dentro una famiglia magari senza virgolette, una procreazione magari non necessariamente assistita, una non-procreazione con promessa e fedeltà nel matrimonio religioso e in quello civile, uno statuto della vita nascente e morente o evangelium vitae che sia superiore perfino all’evangelii gaudium, alla festosità spontanea, creatrice, soggettivista e rousseauiana che oggi trionfa in Vaticano. E’ possibile parlare con spirito laico e presente nel segno cristiano, che è il segno felice del passato? Se sì, ecco alcune considerazioni brevissime.

 

Il matrimonio tradizionale decostruito, quello di cui parlò Carlo Caffarra al Foglio (coniugalità, paternità, maternità, figliazione, fraternità) e hanno parlato in tanti prima di lui nella chiesa e nella società occidentale, esprime criteri non so se non negoziabili, espressione difficile, complicata, ma di certo non negoziati. Nel senso che nessuno, nemmeno il caro storico Alberto Melloni, ha ancora non dico spiegato, ma nemmeno incominciato a delineare all’ingrosso, su quali basi quei criteri possano essere superati dall’amore plurale, dall’indistinzione sessuale, dalla trasformazione della passione unitiva tra persone dello stesso sesso in famiglia senza virgolette, dall’ingegneria genetica dispiegata. Non vi va bene la ragione che si fa carne e propone al cuore uno sforzo morale, d’accordo, ma allora che ragione e che cuore volete?

 

Gli esseri umani sono sempre meravigliosi, recano con sé stupore, e il figlio che un gay inglese ha chiesto a sua madre di consegnargli bello e fatto, con procedure tecnicamente ineccepibili, sarà un bel bambino che per primo festeggerei, così come festeggio il desiderio e la sua potenza espansiva dovunque si manifesti. Ma un figlio avuto da mia madre è il segno dei tempi al quale dobbiamo inchinare la nostra capacità di misericordia intesa come rinuncia al mondo tradizionale e alla sua storia e metastoria piuttosto vive e ricche? Bisogna riscrivere la Bibbia e insegnare a scuola la favola di Adamo e Adamo o quella di Eva ed Eva? Ci hanno forse spiegato come saranno il mondo nuovo, l’esistenza nuova, lo spirito e la lettera di una società che nega la differenza, che equipara l’ineguale nel segno della lotta alla discriminazione, che non discrimina, non discerne, non giudica, non educa, non esercita più in senso rigorosamente universale paternità e maternità, figliazione e fraternità, una società che comincia la sua esperienza decretando la fine di ciò che è vecchio, vita e storia, e lo statuto fondamentalmente ignoto di ciò che supera il vecchio, funambolismi della coscienza allargata?

 

[**Video_box_2**]Io il sacro lo tengo in considerazione senza bisogno di strangolare o decapitare la dimensione laica dell’esistenza, ciò che avviene nel fanatismo dell’islam politico (dell’islam). Ma questa considerazione finisce in ipocrisia dove non si sia più autorizzati, con eleganza, con molti omaggi alla correttezza ideologica e religiosa, a definire accanto al sacro il sacrilego.

 

Il produttore di pasta del Mulino Bianco elogia la famigliola senza virgolette, e finisce sotto processo e fa l’abiura come Galileo. Un caso minore. Il pasticciere dell’Oregon non vuole fare una torta con due maschietti che si sposano in cima alla panna, e deve pagare un consistente risarcimento. Caso minore. A scuola si dice che il sesso è un fatto culturale o un criterio di scelta, e se un prete cerca di capire come vanno le cose lo buttano fuori dalla compatibilità diocesana, lo smentiscono e si scusano. Caso minore. I mercati nel mondo, finanza e tecnologia, hanno deciso per la gay culture, massicciamente e solidalmente, hanno orrore di culture concorrenti, questi liberisti, perché la gay culture conviene e comunica il nuovo paradiso dei diritti in terra, e lasciano agli idraulici Joe the plumber e ai piccoli imprenditori parafamiliari la tutela di una ormai innominabile tradizione. Il diritto eguale per i diseguali è nella piazza finanziaria e innovativa della app culture la nuova dichiarazione di umanità, verrà stampata sul dollaro, in gay we trust. Va bene, non sarà un vecchio mercatista come me a protestare, me ne farò una ragione, vedremo come va. Ma che la chiesa di Cristo debba umiliare la sua unzione messianica e ritirarsi dalla contraddizione nella storia, tornando al vangelo come scandalo rivoluzionario capace di relativizzare tutto, questo forse è troppo. Mi fanno diventare come Charles Maurras, il fondatore dell’Action française che, quando Jacques Maritain lo seguiva passo passo, scrisse che bisognava togliere al vangelo il suo crisma “rivoluzionario”. Troppo, certo, perché il vangelo per chi lo abbia letto – lo penso da sempre –  è un libro selvaggio, che stupisce per la libertà di un vero Dio e vero uomo che moltiplica i suoi tre anni di predicazione per una resistenza ecclesiale durata fino al Terzo millennio, ma non è l’agenda di un santone new age. E comunque non voglio che me lo amministri una chiesa guidata da Tim Cook. A ciascuno il suo mestiere. Unicuique suum.

 

Leggi la replica di Maurizio Crippa a Giuliano Ferrara nella sua rubrica, "Contro Mastro Ciliegia".

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi