Santa Teresa, 500 anni e non sentirli

Il 28 marzo 1515 nasceva ad Avila una delle più grandi figure femminili della Chiesa Cattolica, Santa Teresa, ricorrendone quindi in questo 2015 i cinquecento anni dalla nascita.
Santa Teresa, 500 anni e non sentirli
Il 28 marzo 1515 nasceva ad Avila una delle più grandi figure femminili della Chiesa Cattolica, Santa Teresa, ricorrendone quindi in questo 2015 i cinquecento anni dalla nascita. Passeggiando a Napoli lungo via Vittoria Colonna, si potrà notare, sulla meravigliosa scalea della Chiesa alla santa intitolata (opera barocca rifatta dal Fanzago), l’attenzione riservata all’anniversario dai carmelitani scalzi, che hanno prescelto di affiggere il volto di Teresa, unitamente ad una frase: “Mi prendo cura di te”. Non ho le competenze per dipingere un quadro storico o teologico esaustivo. Forse neppure m’interessa. Frequentando la potente scrittura mistica della santa, ho preferito invece pormi una domanda fondamentale: a parte il culto dei santi, valido (dovrebbe) per un cattolico, cosa ha da dire oggi una donna che decise di raggruppare poche consacrate in luoghi silenziosi di clausura, perché fossero dedite alla preghiera e alla penitenza? Oltre allo stupore per la vigoria delle figure di santi del tempo (Sant’Ignazio, San Giovanni della Croce, San Pietro d’Alcantara!), le parole di Teresa d’Avila comunicano qualcosa oggi o sono irrimediabilmente segnate dal tempo (e in quel tempo confinate)? C’è un libro importante nella produzione della santa spagnola: Il castello interiore. In questo libro, c’è un lascito prezioso, non dirò anche per noi, ma soprattutto per noi, confusi e ammollati uomini d’Occidente del XXI secolo. Ecco perché vi dico che va letto e meditato, superando il fastidio di certe forme di devozione e penitenza che sembrano effettivamente lontane dalla nostra sensibilità, ed anzi in contrasto irrimediabile con essa. Per cogliere un frutto davvero succoso, vale la pena di tagliare fronde e rami in sovrappiù. Il testo viene scritto da Teresa per obbedienza: non ha molto tempo di scriverlo, è occupata e stanca. Inoltre, ci ripete di continuo, è donna, non è sapiente, non è un dottore in teologia (ma nel 1970 sarà fatta dottore della Chiesa da Paolo VI), e il suo linguaggio è incapace di spiegare appieno le sottigliezze del pensiero, della percezione e dell’esperienza vissuti. Tuttavia, si ferma e si sforza, soggiacendo alla volontà di altri. Già l’ispirazione di questo scritto, allora, porta con sé uno dei contenuti fondamentali del percorso spirituale che in esso si dipana: bisogna abdicare alla propria volontà, e farsi obbedienti. Cosa è questa obbedienza? Stare sottomessi all’autorità di altri? Teresa immagina che la nostra anima sia un castello, composto da molte dimore: ne vengono individuate sette. Più l’anima procede di dimora in dimora, più si avvicina a Dio. Teresa con incrollabile fede proclama l’assunto fondamentale di questa potente costruzione verbale di ciò che a stento può verbalizzarsi, e cioè il cammino di un’anima: al centro di ogni creatura, c’è Dio, anche nelle anime che sono lontanissime da lui (in peccato mortale, persino), Dio c’è, soltanto che la sua luce non arriva all’anima, assorbita come da un panno (il peccato) frapposto tra l’anima e il suo Re, che è Dio. Ma quel Re è presente in ciascun castello interiore, e ne è il centro. Bisogna mettersi in cammino per arrivarci. Ma il cammino in che consiste? Nello stare in preghiera. E qui Teresa si sofferma sulla analitica descrizione dell’anima in preghiera, paragonandola ad una piccola farfalla che è inquieta, e non riesce a fermarsi, e cerca, cerca, volando di luogo in luogo, un ristoro, una pace definitiva, una soddisfazione radicale e profonda. Tra le forme di preghiera che Teresa predilige è l’orazione di quiete, che consiste nello starsene fermi e zitti in un luogo. Non bisogna sforzarsi di non pensare, ci avverte la santa, perché il pensiero ci abita, e soprattutto in preghiera ci assalgono pensieri anche molto modesti o inappropriati: facciamoli andare e venire, l’importante è restare. Perché? Perché nell’orazione di quiete noi non agiamo, non disponiamo, non decidiamo, non programmiamo, non ci sforziamo, noi, semplicemente, siamo agiti, siamo disposti, siamo decisi e … siamo pregati. E tutto questo non è frutto della volontà, ma un dono misterioso che arriva dal Signore del Castello. Ecco, credo che oggi Il castello interiore richiami alla necessità di mettere da parte la propria volontà, di farsi plasmare, di ascoltare profondamente: l’obbedienza, etimologicamente, è un ascolto orientato, con orecchie drizzate fino allo spasimo (ob audio). Una delle più pressanti richieste che la santa rivolge alle consorelle in questo libro è: “sorelle, bisogna che conosciate voi stesse”. Meditare e stare in quiete sembrano oggi attività insensate o forme molto evolute di benessere interiore che con Dio, in fondo, molto poco hanno a che fare: invece, è nel Cattolicesimo, in una delle sue sante più visionarie e amanti, e in uno dei suoi scritti più vertiginosi, che fu innestato e coltivato il seme di un amorevole ascoltare se stessi e gli altri. Per arrivare al centro del Castello. Teresa evidenzia ad ogni pagina l’estrema miseria in cui versano le creature umane: vogliamo negarlo? Ma ad ogni pagina, ricorda che, nonostante questa miseria, nel centro di ogni castello c’è Dio che dice: “Mi prendo cura di te”. Senza silenzio profondo, come ascolteremo questa voce di silenzio sottile? La forza di una donna orante in silenzio, che tutto ha lasciato, tutto ha messo da parte, a tutto ha rinunciato per avere tutto, ha attraversato i secoli (rapendo e attirando al Carmelo altre creature meravigliose, come Teresa di Lisieux), per dirci di dare requie agli sforzi della nostra volontà e di diventare pozza d’acqua riempita da una sorgente altra da noi (in Attesa di Dio, Simone Weil, in perfetta unione spirituale con la santa, ricorda che la preghiera non è uno sforzo muscolare, ma è l’attitudine mite ed obbediente del fiore che assorbe la luce del sole). Infine, la cosa che più lascia commossi leggendo Il Castello: sembra di averla ancora accanto, la sua autrice, dopo 500 anni, di sentirne la voce, il riso, i sospiri, di toccarne lo sforzo immane di comunicare che solo la preghiera può armarci e salvarci.

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