Troppa grazia, caro Papa

Misericordia onnipotente, giustizia dietro la lavagna. Lo stile vince ed è popolare, ma il mondo va per la sua strada, non proprio una riconquista nel nome di Dio. Due anni dopo, Francesco piace, piace troppo e dispiace, e sempre per gli stessi motivi. Lui e i suoi predecessori: un confronto.
Troppa grazia, caro Papa

In ottobre il Sinodo su sesso, famiglia e matrimonio, dopo il viaggio di Papa Francesco nell’insidiosa America che non conosce e non ama (foto LaPresse)

Due anni di misericordia onnipotente, Giubileo compreso, di cuore lanciato oltre l’ostacolo, due anni di missione: che cosa ne resta? Ora arriva l’enciclica francescana su nostra sorella madre terra e il climate change, poi a settembre il viaggio contrastato nell’America del nord, del capitale, dell’individualismo e del clero conservative. Tutti scrivono di un biennio trionfale, la chiesa cattolica ha ritrovato un suo pubblico, al box office c’è spesso il tutto esaurito, lo spirito si rallegra, il vescovo universale della carità festeggia, come si era ripromesso di fare, un tratto del suo affollato cammino di popolo in compagnia di sant’Ignazio e di san Pietro Favre, il santo del santo padre. E mercoledì scorso, parlando dei vecchi, ne ha detta una delle sue, piuttosto bella: state allegri, qualcuno dovrà pur cantare.

 

Profeticchio di sventura, un anno fa scrivevo che il tipo mi piace, lo stile è l’uomo, ma ero in allarme, poteva finire male, perché il fine di riconquistare il mondo è santo, ma i mezzi implicano l’alto rischio che sia il mondo a riconquistarti definitivamente, cancellandoti come contraddizione o segno di contraddizione. Mi pare che siamo un pezzo avanti, su questa seconda strada, ma non voglio giudicare in modo arbitrario, con precipitazione. Preferisco farmi qualche domanda, argomentare.

 

San Giovanni Paolo II aveva messo a fuoco il mondo con il suo protagonismo atletico, la poesia del suo volto virile e conquistatore, la ruvidezza sincera e giudicante della dottrina morale, specie su vita e famiglia, l’anticomunismo programmatico, combattente. Benedetto XVI era stato in quanto capo della Dottrina della fede il suo compagno d’armi, con le sue idee e il suo “specialismo del Logos”, teologo tedesco, anzi bavarese, di tratto aristocratico e di tempra dolce ma distante. In quanto Papa eletto per combattere il relativismo, per raddrizzare la rotta della barca secolare investita da ogni vento di dottrina, assediata dall’io e dalle sue voglie, come disse nella memorabile omelia sul sagrato di San Pietro prima della fumata bianca, aveva lanciato il suo guanto di sfida a Ratisbona, e fu lasciato completamente solo. Il resto dei suoi discorsi, delle sue encicliche, del suo magistero fu un manifesto controculturale bagnato nella grazia trascendente, ma produsse un lungo e impudico assedio del papato, governato dai vincenti del secolarismo e dei mass media. Un anno prima del fatale febbraio del 2013, data dell’abdicazione o renuntiatio, scrivemmo qui, in un articolo intitolato “le dimissioni del Papa” che “se c’è uno capace di andarsene, questo è Ratzinger”.

 

Non erano informazioni riservate, ci hanno sempre fatto leggermente schifo, qui in ditta, ma una lettura del clima di penosa espiazione che era toccato a una chiesa messa sul banco degli imputati come società essenzialmente castigatrice e pedofila.
Poi venne Francesco con il suo buonasera, con i suoi buon pranzo, le borse nere con breviario e rasoio, le Ford Focus, i pulmini, con le sue misericordine e il suo rigetto del potere di giudicare le vite degli altri. Mica male, in un certo senso. Un’altra faccia della chiesa, e stavolta la faccia di un prete e vescovo e cardinale gesuita venuto, dopo che italiani polacchi e bavaresi avevano dato tutto il possibile, dalla lontana e abandonica Argentina a miracol mostrare. Sola fide, ha subito proposto. Basta con indugi razionali, illuminismi cristiani, dottrina in sviluppo per governare lo spazio pubblico in relazione dialettica con l’autorità civile e politica; basta con gli specialismi teologici e filosofici di quelli che il suo vice, Oscar Rodriguez Maradiaga, chiama “filosofi tedeschi”, dove l’insulto sprezzante, diretto al cardinale Gerhard Müller che è misericordioso anche verso la giustizia divina di cui riconosce la funzione salvifica, può poggiarsi a seconda del punto di vista sulla filosofia o sulla Germania, Baviera compresa (Maradiaga è fieramente honduregno, paese totalmente scristianizzato).

 



 

Sola fide. Ma Francesco non è un luterano. Ché tutti ricorderete come fu il genio teologico massimo del Cinquecento, appunto frate Martino, agostiniano che visse il dramma del chiostro e finì a scontare i suoi peccati nei “discorsi a tavola” o Tischreden servito dalla moglie, Caterina von Bora, fu lui a lanciare questo banner fatale all’unità della cristianità, con varie e diverse conseguenze, non tutte ispirate al suo creatore originale Paolo di Tarso. “Il giusto vivrà per la fede”, com’è detto nella Lettera ai romani, e tutto il resto ne discende. Liberiamoci dell’idea che la ragione possa aprirsi al mistero, il mistero rivelato abita i cuori, nutre la coscienza, rende retta la persona attraverso l’opera dell’amore, elaborazione magari più tarda dell’ardente e criptica teologia paolina. Non servono altre opere, se non nella fede. Fede, amore, misericordia, quello cristiano è un cuore di carne, ovvio, che sostituisca il cuore di pietra dei pagani.

 

Mica male, ripeto. Il pensiero del biblista e gesuita cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, aveva già instradato la chiesa sulla strada del postmoderno, cioè del fiore della cultura del Novecento. Un passettino in più, un gesuita a Casa Santa Marta, in funzione di Papa regnante, assistito nelle preghiere dal Papa emerito ritirato in un altro compound vaticano, una messa al giorno al mattino presto, esegesi biblica della più intensa e bella specie, e il gioco è fatto. Seguono viaggi, applausi, raduni, innovazioni curiali all’insegna della sedizione contro la lebbra del clero di Roma o romanizzato, un buon segretario di stato dai ranghi della migliore diplomazia, e il gioco è fatto. La fede e l’amore sono insondabili, abitano in interiore homine, li amministra lo spirito santo, che soffia dove vuole, e consente a ogni desiderio di trasfigurarsi in diritto della coscienza personale, chissenefrega della normatività morale, delle life issues, dell’aborto, del divorzio, della biogenetica e di altre diavolerie che sembrano inventate per infragilire una chiesa che combatte la buona battaglia, altro che catechismo, catalogazione dei peccati, definizione del credo, è tutta dottrina, è tutta ideologia, è tutta tradizione pietrificata, morta e sepolta dal Vaticano II. Sola fide.

 

Tutto bene. Se non che l’altro giorno si apprende, senza per questo voler giudicare, che in Gran Bretagna un figlio gay ha ottenuto un figlio mettendo incinta sua madre, che gli ha usato la misericordia di esaudire, ama il prossimo tuo, un suo desiderio. Non so perché ma la cosa ha fatto notizia. Chi abbia letto le due formidabili pagine dedicate qui di recente da Nicoletta Tiliacos a tutti i modi oggi esistenti, tecnicamente esistenti e legalmente riconosciuti, per mettere al mondo il prodotto-bambino, avrà sbadigliato. In bocca al lupo al pupo, al papà e alla sua mamma e moglie, ovviamente, non siamo nessuno per giudicare, appunto, ma la cosa ha fatto notizia comunque. In materia di etica, altro che criteri non negoziabili, la chiesa di Francesco, impegnata ora nella rincorsa dell’ecoambientalismo apocalittico, e vedremo che cosa ne uscirà fuori, è una chiesa del silenzio, come quella dell’est europeo durante la dittatura sovietica.

 

In tutto questo c’è una logica. Se vuoi riconquistare il mondo secolare, in certo senso devi farti perdonare quella che Francesco chiama l’ingerenza spirituale del passato. Ci vuole dolcezza alla Favre, tatto, indifferenza gesuitica ignaziana pura, devi essere capace di vedere Dio in tutte le cose, devi fare in modo che un certo modo intenso e spirituale di credere, senza una troppo ingerente mediazione della chiesa e del clero, innovi la dottrina, sviluppi la tradizione, riscriva i testi sacri o anche quelli laici di una sapienza cristiana che va, come si dice, aggiornata. E questo, avverte il Papa, non è relativismo: è discernimento. Non è casuistica, come nel Seicento quando i gesuiti scandalizzavano i giansenisti e Pascal giustificando con il loro probabilismo morale misericordioso furto omicidio e assassinio, no, questo è evangelizzazione allo stato puro, missione, proiezione della chiesa cattolica fuori dell’autoreferenzialità, cioè della propria identità.

 

Silenzio, silenzio, silenzio. L’aborto è diventato un diritto umano: non più una circostanza dolorosa, di cui prendere atto mentre la si combatte con le armi della cultura, della civiltà argomentativa, non si dica della dottrina della vita (Evangelium vitae, celebre enciclica di Wojtyla e Ratzinger). Oggi vige l’Evangelii gaudium, l’allegria di naufragio che pervade una chiesa missionaria che “si fa tutto a tutti”, come voleva il grande Ignazio che puntava su uno smisurato “allargamento del campo di coscienza”. Nel giorno di Santa Elisabetta il padre spirituale del santo padre e primo prete della Compagnia, fatto subito santo della dolcezza eroica, quel geniale e certo santissimo Pietro Favre, autore di un magnifico diario chiamato Memoriale, ebbe mentre era in missione in giro per l’Europa una mozione devozionale dello spirito: vide sullo stesso piano di benevolenza riuniti assieme il Papa, il Turco, l’Imperatore, Enrico VIII, Lutero, Bucero e Melantone (Memorial, 25). Il Papa, il turco assediante, il re adultero, l’imperatore e gli eretici tutti insieme appassionatamente. Bossuet, grande predicatore, diceva che i gesuiti sono “esperti in benevolenza”, e non aveva torto (a parte la distruzione di Port-Royal, monastero di pietà e di scuola, capitale del giansenismo nemico, dove era cresciuto Jean Racine, e la dispersione delle ossa dei defunti a cura dei soldati di Louis XIV guidati dalle sapienti menti della Compagnia).

 

Il programma di Francesco è benevolente e autoritario il giusto, sollecita laicità nella discussione tra il clero, punisce e bandisce i dissidenti tradizionalisti, premia i consenzienti, ma questo è nella logica di qualunque potere monocratico efficace. La sua proiezione esterna è tutta festa e gioiosa capacità di annuncio, e belle sono le prediche in Santa Marta del mattino, d’altra parte i gesuiti, come e da un certo punto in poi più dei domenicani, sono grandi predicatori. Solo che questo programma non si incontra, e da due anni, con il mondo com’è, con il mondo reale. E’ una testimonianza di stile, è un elenco di ottime intenzioni pastorali, ma la gente contemporanea, uomini donne vecchi bambini maschi femmine e gay, non è investita da altra assistenza che il perdono, il perdono di un Dio che ti ama, ti guida nel segreto intenso e individuale della preghiera, e puoi anche fare a meno della chiesa, vabbè se non vai a messa sei scemo, d’accordo, qualche elemento del mestiere è pur rimasto.

 

[**Video_box_2**]Ti puoi sposare tra maschietti e tra femminucce. E’ un diritto anche questo, un diritto umano come l’aborto. L’umanità dei diritti sembrerebbe una coca light, o una coca zero, un luogo frizzante in cui il nutrimento è una combinazione segreta, spirituale, il cui brevetto non è certo nelle mani del confessore, del prete, che non deve per nessuna ragione torturare con le richieste di penitenza i diritti imprescrittibili, non negoziabili, delle legislazioni libertine e ciudadane, dalla Spagna agli Stati Uniti, e in tutto il mondo civile d’occidente. La cultura Lgbt (Lesbian Gay Bisexual Transgender) comincia a espandersi e forse è già dominante con le leggi contro l’omofobia, contro le quali si battono movimenti laici depotenziati e delegittimati da Francesco come la Manif pour tous e le Sentinelle in piedi. Tutti irrisi da vescovi come il pupillo del Papa Nunzio Galantino, segretario della Cei che non ha pietà per gli antiabortisti e i prolifer di tutte le risme. Per non parlare dei programmi scolastici. Il cardinale di Milano, la più grande diocesi cattolica del mondo, si è dovuto scusare per l’ingerenza spirituale di un suo sacerdote, che cercava di capire in quante scuole della diocesi si predica l’indifferenza di genere, l’integrazione culturale politicamente corretta e educativamente coatta nel canone nuovo che non prevede la differenza di maschio e femmina. Silenzio del Papa, che non vuole la rogna del mondo com’è, se lo rappresenta come un cuoricino pieno di bontà e di misericordia.

 

Resta la povertà, sebbene Madre Teresa sostenesse che i più poveri del mondo sono i bambini e le bambine forzatamente esclusi dalla nascita. Povertà che diminuisce in ragione dell’avanzamneto del capitalismo globalizzato in Cina, in India, in Russia, in Africa e in America latina. Ma fa niente. La povertà è critica, ed è scandalo vero di cui la chiesa si fa, nei suoi modi nuovi, poveri anch’essi, sovrana tutrice in nome del Salvatore e del suo corpo sofferente. Il pauperismo del Logos, uno specialismo che dà luogo a una teologia popolare di natura populista, e a una diffidenza verso il futuro dell’umanità nutrita di pensiero apocalittico spacciato per profezia e spiritualità. Mi sbaglierò, ma è tutto questo che di Francesco piace, e piace troppo. Ed è il piacere triste della chiesa che si arrende, io preferisco il Papa che mette allegria e spande gioia con il suo stile, ma la testimonianza di cultura, la vera laicità come dimensione moderna, la capacità di funzionare come contraddizione sociale, questa manca. O mi manca, se volete.

 

Ora vedremo che cosa combineranno in settembre, ottobre, al Sinodo su sesso e famiglia e matrimonio, dopo il viaggio di Francesco nell’insidiosa America che non conosce e non ama. Speriamo che non tratti il clero che governa novanta milioni di cattolici di quel grande paese con lo stesso tratto burbero che ha dedicato al movimento più laico, più politico, più intensamente missionario e caritatevole del Novecento, il movimento di don Giussani. Va bene che sinistra e destra non sono categorie della chiesa, va bene che come diceva Henri de Lubac al Papa si ubbidisce e basta, virtù eroica, alla fine. Perché “è forse negare il cerchio mostrare che esso ha un centro? è forse distruggere il corpo affermare che esso ha una testa?”, diceva il grandissimo gesuita della nouvelle théologie, e il Papa è il centro del cerchio cristiano cattolico e la testa della chiesa in vicaria del Cristo, è il colore della Colomba perfetta, è con sant’Ignazio “il padrone di tutta la messe di Cristo”. Non pretendo dai cattolici quel che non sono tenuti a dare, pretenderei dai laici, che si sono scatenati contro le mie laiche devozioni di illuminista senza boria e non giacobino, di essere un poco meno trionfalisti quanto al biennio di popolarità e successi intra ed extra ecclesiali del nuovo Pontefice. La loro devozione è adulazione.

 

La bellezza del verso e l’intensità dello spettacolo non si misurano dallo sbigliettamento. Lo spartito conta, la musica è tempo, e il tempo, come dice Francesco, è superiore allo spazio. Lui intende dire che la storia umana e la metastoria cristiana sono fatte di processi, che la tradizione è un processo, e sia, ma varare il dogma dell’antidogma, togliere al mondo, sia pure per riconquistarlo, il piacere dell’inibizione, della comunione nella verità, ecco, mi pare una cosina piuttosto spregiudicata, un po’ giornalistica, poco motivata spiritualmente e teologicamente. Ma scusate, i teologi, specie se tedeschi e specialisti del Logos, se poi anche filosofi non ne parliamo, sono esclusi dal nuovo orizzonte. In bocca al lupo.

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