Appena la crisi darà ancor più maggiori segnali di incoraggiamento, i fondi sovrani saranno destinati a diventare il polmone monetario con cui gli statarelli arricchiti a forza di petroldollari proveranno a fare affari nei paesi più colpiti dai collassi finanziari. Quando un fondo sovrano si muove per investire in un paese non si muovono soltanto soldi, si muovono anche tantissimi interessi politici. Il caso che più appassiona gli osservatori di cose finanziarie è senz’altro quello legato alla Libia. Prima della scorsa estate, i soldoni libici erano soprattutto conosciuti per essere quelli che sono finiti nelle casse un po’ della Juve e un po’ del Perugia (tutto merito di quello scarpone del piccolo Gheddafi). Quello a cui bisogna però stare molto attenti oggi è un fondo particolare che da quando Berlusconi è andato sotto il tendone di Gheddafi in Libia non ha mai smesso di crescere. E crescerà ancora. Il fondo si chiama “Libian Investment Authority” ed è un nome che andrebbe googleallertato. Per la seguenti ragioni. L’uomo che ha in mano i rapporti con i libici si chiama Tarak Ben Ammar. Altro nome da appuntare. Ben Ammar (che è nipote dell’ex presidente della Tunisia Habib Bourghiba) è consigliere di Mediobanca e di Telecom ed è considerato uomo di Geronzi. Non a torto. Ogni operazione di Ben Ammar viene letta come un’operazione indirettamente non ostile a Geronzi, e l’esempio più interessante è quello di qualche tempo fa su Unicredit. Il fondo “Libian Investment Authority” è salito al 4,23 per cento di Unicredit. E’ salito in un momento chiave, in cui Unicredit era in difficoltà. Ben Ammar dicono ci abbia messo lo zampino, di conseguenza – dicono – ci ha messo lo zampino anche Geronzi. Il fondo libico ora potrebbe mettere il suo Mario Draghi all’interno del cda di Unicredit. Dunque non stupitevi se Profumo non fa più i capricci con Geronzi. Non li fa perché Geronzi lo ha salvato e non li farà neppure quando prima o poi Unicredit-Mediobanca e Generali saranno destinate a diventare un’unica cosa. E' questa secondo me l'unica cosa che manca al bellissimo articolo di Pons uscito ieri su Repubblica.
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