Oggi sul Fatto quotidiano (di cui abbiamo già parlato qui) c’è una piccola lettera un po’ nascosta a pagina cinque firmata dal direttore dell’Ufficio stampa e comunicazione della Presidenza della Repubblica (Pasquale Cascella). In sostanza, Cascella rimprovera al Fatto quotidiano di aver riportato sul giornale la ricostruzione di un’inchiesta giudiziaria che sfiorò negli anni Novanta l’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano e da cui l’attuale Presidente della Repubblica venne totalmente scagionato, “per difetto di qualsiasi utile elemento per il sostegno dell’accusa”. Il Fatto, in pieno spirito travaglista (traviglismo che consiste anche nel buttare merda addosso a un ex indagato anche se l’ex indagato è stato assolto), si difende dicendo di aver scritto a metà dell’articolo quanto segue: “Alla fine, l’inchiesta finirà con un’archiviazione per tutti”. Frase che, spazi compresi, occupa in un articolo lo spazio di 63 battute. Contro le 6.879 dell’intero articolo. Mica male no?
Ora, vi inviterei a una riflessione. Secondo voi se c’è una tale inchiesta che viene fatta su una tale persona e questa inchiesta racconta su questa tale persona una certa quantità di cose e questa inchiesta poi viene archiviata e la persona che finisce sotto inchiesta viene totalmente prosciolta, ecco, se mettiamo un presidente della camera viene coinvolto in un’inchiesta che poi lo scagionerà del tutto, è giusto oppure no riportare sui giornali gli elementi di quell’inchiesta? Per farla breve: se io vengo accusato di un reato che non ho commesso e se gli investigatori rastrellano qua e là su di me un certo numero di elementi indiziari (tipo un testimone o un pentito che dicono su di me qualsiasi cosa) e alla fine dell’indagine io vengo assolto da tutto, gli elementi raccolti su di me – che ogni probabilità, se sono un politico, finirebbero sul Fatto Quotidiano – sono fatti, cose vere, o sono cose non dimostrate, se non stronzate? Per me, la seconda che ho detto. Per il Fatto, invece, la prima che ho detto.
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