Da oggi qui si ospitano una serie di interventi scritti apposta per noi da uomini chiave del Partito democratico, che tentano in modo matto, gentile e niente affatto disperato di spiegare ai lettori e agli elettori perché sia giusto votare per i propri candidati di riferimento: dunque, Bersani, Franceschini e Marino (e qualsiasi parlamentare o dirigente del Pd voglia scrivere sarà accolto a braccia aperte) Il primo intervento è quello dell’ex ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, che alle primarie di domenica prossima voterà Dario Franceschini. Ecco perché.
Voterò Dario Franceschini perché, quando abbiamo dato vita al Pd, volevamo un partito aperto, aperto innanzi tutto al futuro. Un partito che guarda avanti, senza la paura del nuovo, senza la sindrome del torcicollo o quella del cordone ombelicale. Diciamocelo francamente: la contrapposizione, in questo partito, non è tra vecchi e nuovi ma piuttosto tra un PD che è specchio di chi vuole conservare e uno che vuole cambiare e riformare. Noi abbiamo scelto questo secondo tipo di Partito Democratico e abbiamo scelto Dario Franceschini per incarnarne il progetto.
E mi chiedo: vogliamo stare in un partito fossile o in un partito flessibile, capace di insediarsi al centro degli interessi di una società dinamica? Il nostro Partito Democratico si pone in uno schema degli ultimi 200 anni o in un percorso del domani o del dopodomani? E ancora, vogliamo un PD che rispetti la creatività e l’autonomia dei gruppi sociali, delle funzioni territoriali e professionali, delle organizzazioni rappresentative, dei sindacati, o viceversa vogliamo un modello pretenzioso e falso che richiede il dispositivo di una guida dall’alto, centralista e burocratica?
Vogliamo un partito laico, consapevoli che la dimensione laica della politica è innanzi tutto consapevolezza e rispetto del limite presente in ogni azione che scaturisce dalle mani dell’uomo e che esiste un confine nel potere di autodeterminazione. Dentro questo confine l’uomo sperimenta tutto ciò che rientra nell’ambito delle proprie prerogative di libertà. Ma non vogliamo un partito che faccia della laicità l’unico punto del proprio programma.
I democratici americani sono tornati al potere ma hanno ripreso a includere e considerare nel loro discorso politico anche le propensioni e le sensibilità di una visione religiosa della vita. In Italia possiamo tenere aperto noi, noi del Partito Democratico, l’ambiente dei riformisti ad una sincera e onesta valutazione di quel che emerge dall’insegnamento complessivo della dottrina sociale della Chiesa e smetterla col farne un franchising per dirne un giorno bene e un giorno male, e valutarla complessivamente senza strumentalizzazioni e senza opportunismi come fa la destra, ma anche senza pregiudizi come spesso, qualche volta di troppo, abbiamo fatto anche noi.
Voterò Dario perché abbiamo l’ambizione di fare delle alleanze chiare e trasparenti che ci consentano di essere credibili con progetti in grado di parlare alla complessità del Paese, per recuperare i voti degli scontenti ovunque siano. Gli italiani non hanno paura di Berlusconi: hanno più paura di un’armata Brancaleone che rischia di ritornare al Governo dicendo una cosa, pensandone un’altra e realizzandone ancora un’altra. Questo non significa fare meno opposizione: significa farne di più facendola meglio.
Voterò Dario perché non vorrei scontare una grande disillusione scoprendo, e se lo dico io è tutto dire, che il dibattito sul “partito solido” non è altro che un’anticipazione per ritornare al partito “solito”, ovvero l’andirivieni scontato di circuiti di una storia passata che non ci sembra avere alcun futuro.
Molte sono le sfide che Dario ha messo nella mozione: dalla competizione sui costi energetici a quella sui costi delle infrastrutture alle quali io aggiungo la competizione sulla ricerca, l’innovazione, la formazione e l’istruzione. Il danno fatto al nostro sistema produttivo smantellando università, ricerca, scuola e formazione professionale, ricadrà per intero sulle imprese che nel momento della crisi si troveranno a non avere soldi che possano aiutarli a fare ricerca e innovazione. Ben vengano, poi, le mobilitazioni in difesa dell’informazione. Credo anche, però, che dovremo fare una straordinaria campagna di mobilitazione a difesa dell’istruzione e della formazione in questo Paese perché per capire i titoli dei giornali e per ascoltare i telegiornali, servono cittadini dotati di senso critico.
Voto e sostengo Dario perché amo molto il mio passato ma perché credo ancora di più in ciò che dobbiamo fare per il nostro futuro e perché, per dirla con Charles Dubois, "la cosa importante è essere capaci, in ogni momento, di lasciare ciò che siamo per ciò che possiamo diventare".
Giuseppe Fioroni
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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