ll tribunale di Tivoli ha assolto con la piu' ampia delle formule le tre maestre, una bidella e un autore televisivo per le vicenda legata ai presunti abusi sessuali che sarebbero stati compiuti su 21 bambini della scuola materna 'Olga Rovere' di Rignano Flaminio nell'anno scolastico 2005-06
Per capire il senso della sentenza con cui oggi il tribunale di Tivoli ha assolto con formula piena tre maestre, una bidella e il marito di una maestra della famosa scuola di Rignano Flaminio bisogna riavvolgere il nastro e tornare ai giorni in cui il caso di Rignano finì per la prima volta sulle prime pagine dei giornali.
Era il 24 aprile del 2007 e il gip di Tivoli Elvia Tamburelli firmò l’ordine di carcerazione preventiva per tre maestre, una bidella, un marito di un’insegnate e un bidello del paese. Le accuse erano terribili: maltrattamento di minori, atti osceni, sottrazione di persone, sequestro di persona, atti sessuali con minorenni, violenza sessuale aggravata e violenza sessuale di gruppo.
Due settimane dopo, clamorosamente, il tribunale del riesame rimise in libertà gli imputati e accusò gli inquirenti di aver sbattuto in galera delle persone senza che vi fosse la minima sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. In particolare, in quell’occasione, il Riesame formulò alcuni rilievi importanti che ebbero l’effetto di rendere chiare le carenze dell’inchiesta giudiziaria e ricordare che non è possibile sbattere qualcuno in galera senza che vi sia un briciolo di prova.
Un concetto che, a quanto pare, il tribunale di Tivoli oggi ha confermato. “Per poter fondamentalmente formulare una prognosi di condanna degli odierni istanti nel futuro giudizio di merito – scriveva il Riesame nel maggio di cinque anni fa – è necessaria la presenza di seri e robusti elementi di riscontro che, ad avviso del collegio, non sono ravvisabili”.
Tra le altre cose, poi, quella sentenza del Riesame (confermata poi anche da un’ulteriore sentenza della Cassazione) notò anche altri passaggi dell’inchiesta che fino a oggi erano gli elementi più contraddittori (eufemismo) del processo di Rignano. Senza voler stare a ripercorrere tutta la vicenda, si può dire, senza paura di essere smentiti, che gli elementi più deboli dell’inchiesta restano, e sono, in sostanza tre. Il primo è che sarebbe stato curioso una condanna per un reato senza che nessuno sia riuscito a dimostrare pienamente dove, come e quando quel reato sarebbe stato commesso.
Il secondo è che ancora oggi le uniche prove documentali del reato erano le parole (e le denunce) dei bambini: prove che cinque anni fa, come detto, vennero considerate insufficienti dal tribunale del riesame, che chiese all’accusa di portare “seri e robusti elementi di riscontro”. Il terzo dato, che è forse quello più clamoroso, riguardava il modo in cui vennero raccolte per la prima volta le testimonianze dei bambini. La persona incaricata dal pm era la dottoressa Fraschetti, che nel riportare le prime e più importanti testimonianze dei bambini si dimenticò di videoriprendere i racconti dei bambini. “Il mancato rispetto della tecnica di documentazione – scrisse sempre nel 2007 il tribunale del riesame – rappresenta un vizio metodologico dell’assunzione della prova che non può più essere controllata”.
Nonostante tutti i rilievi mossi all’indagine cinque anni fa, poco è cambiato in questi anni: gli inquirenti non sono stati in grado di trovare delle prove serie e robuste; e in fondo non ci voleva molto (era sufficiente leggere le carte cinque anni fa) per prevedere che il processo di Rignano Flaminio, alla fine, si sarebbe trasformato soltanto in una grande caccia alla streghe.
Altri link
"Le streghe cattive sono tornate, ma solo in bocca ai bambini" (dal Foglio del 6 maggio 2007)
Rignano's Way
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