C’è un partito che in questa delicata fase politica della Seconda Repubblica si è improvvisamente ritrovato a dover fare i conti con un inaspettato peggioramento del proprio stato di salute. Quel partito non è il Pdl (che pure non se la passa bene), non è il Pd (che pure non se la passa bene) ma mi sembra ormai piuttosto inequivocabile che sia la Lega di Bossi. Dalle ultime elezioni a oggi (elezioni che hanno registrato per la prima volta un brusco calo di consensi della Lega) nel partito di Bossi è successo quello che tutti più o meno abbiamo visto: la leadership di Bossi si è ritrovata in contrapposizione con la leadership espressa da Maroni e il progressivo scollamento dei due poli leghisti ha contribuito a far precipitare il consenso in una buona fetta delle tradizionali regioni verdi.
Che ci sia un tentativo di creare un’alternativa interna alla leadership della Lega non è di per sé un problema politico semmai il vero punto è che il modo in cui i “rottamatori” leghisti stanno cercando di prendere il potere nel partito (o comunque di imporre la propria linea) ha avuto l’effetto di contribuire a trasformare il partito di Bossi in una realtà politica che all’interno del governo rischia di essere sempre di più percepita come una riproposizione moderna del vecchio modello dilibertiano-turigliattian-rizziano del comunista che ai tempi di Prodi dimostrò di essere molto di lotta e per niente di governo (vedi in questo senso anche le proteste in piazza dei leghisti contro la manovra). Detto in altre parole, negli ultimi tempi la nuova Lega più maroniana che bossiana si è comportata facendo sempre prevalere nella sua grammatica il “no!” prima ancora di qualsiasi altra proposta politica. Il no più grave di tutti riguarda a mio avviso le pensioni (l’Italia spende ogni anno 1,5 punti di pil in più per le pensioni rispetto alla media europea, così giusto per ricordarlo) ma i “no” espressi dalla Lega nell’ultimo periodo (“no” che secondo me non sono stati per nulla compresi neppure da molti elettori della Lega, il famoso popolo delle partite Iva, per dire) suonano ancora più goffi se messi in contrapposizione con i “sì” fortissimamente sostenuti (vogliamo parlare dei ministeri di Monza?).
A questo poi bisogna aggiungere che non sempre i “sì” o i “no” leghisti sono stati appoggiati con continuità nel partito di Bossi e Maroni. A proposito degli ultimi referendum, per dire, nessuno ha ancora capito se la Lega sia stata contenta oppure no dell’esisto del voto. E allo stesso modo è andata anche per i due pesi e le due misure adottate dai leghisti sulle due recenti richieste di arresto arrivate o prossime ad arrivare in Parlamento per gli onorevoli Alfonso Papa (che i leghisti hanno contribuito a mandare in galera) e Marco Milanese (che i leghisti invece contribuiranno verosimilmente a non mandare in galera).
L’elemento paradossale di tutta questa storia è che ogni qual volta in un partito si scontrano due leadership contrapposte capita sempre di intravedere in almeno una delle due parti una visione che possa essere funzionale a far fare un salto di qualità al partito di appartenenza. E invece, almeno per il momento, nella Lega né la visione di Umberto Bossi né quella di Roberto Maroni (seppure Maroni abbia dimostrato di essere senz’atro uno dei ministri con più sale in zucca del governo Berlusconi) sembrano contenere gli ingredienti minimi per offrire alla Lega un elisir di lunga vita. Una buona notizia per la stabilità del governo (in queste condizioni a nessuno nella Lega può realisticamente saltare in testa di sabotare la maggioranza) ma allo stesso tempo una pessima notizia per tutti coloro che in questo esecutivo sognano ancora di dare una piccola svolta riformista agli due ultimi anni di legislatura.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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