Motorino story

Cinema a due ruote, dalla Vespa delle “Vacanze romane” redivive allo scooter di “Maria per Roma”.
Motorino story

Una scena del film "Vacanze romane"

Ci si andava senza casco, in motorino, e di nascosto, adolescenti e incoscienti, tutti vivi per miracolo, dietro a qualche compagno di scuola più grande che aveva (se andava bene) un “Sì” dal sellino lungo e se andava male un “Ciao” dal sellino stretto tipo bici. Ci si andava con il casco, increduli (ma che, davvero da oggi lo dobbiamo mettere per forza?) al primo anno di università, guidando come in trance per le vie attorno alla stazione Termini (sempre la stessa strada, tutti i giorni, due volte al giorno). Ci si è andati fino a che un evento X – tipo un trasferimento a Milano (troppo fredda per lo scooter, potendo evitare) o un guasto tecnico insanabile (motore fuso dopo uno scriteriato Roma-Ostia e ritorno in due) o una gravidanza – non ha reso impossibile la continuazione dell’idillio tra la persona che nasce e vive a Roma e il suo motorino. Motorino che ben prima della comparsa dei telefoni cellulari è stato, per tanti romani, una propaggine del sé: mezzo di trasporto, motivo di lite tra fratelli, strumento di corteggiamento, cavallo di latta di Nanni Moretti in “Caro Diario” (in sella alla Vespa si può ben dire “e allora andiamo a vedere Spinaceto!”) e immagine da canzone di Jovanotti (“…e le ragazze di città prendono il motorino / e si siedono proprio sul bordo del sellino…”), ma soprattutto simbolo di indipendenza.

 

Dai genitori, dal traffico, dalla perdita di tempo, dal dover parcheggiare, dal non poter mai andare neanche per due metri in contromano, dal freddo (si diventa resistenti), dal caldo, dalla pioggia (se piove poco si diventa anfibi), dalle code, dal parrucchiere (il casco tutto livella), dai tacchi alti (si impara subito come bilanciarsi al semaforo) e dalle galosce (non sono così brutte, su due ruote). E prima di scendere dal motorino definitivamente, perché una volta interrotto il rapporto quotidiano, anche se ci sali ogni tanto, non è più la stessa cosa, ci si ferma a pensare che nessun car-sharing ridarà più la stessa sensazione di poter andare dove ti pare in massimo mezz’ora, cosa non scontata a Roma (gli ex motorinisti sono di solito la tipologia più ritardataria tra i cittadini ritardatari, perché tarano ogni spostamento sulla durata tipica del viaggio in motorino). E quando alla Festa del Cinema di Roma tornano le “Vacanze romane” di William Wyler, con proiezione all’aria aperta e a Piazza di Spagna per i cento anni di Gregory Peck, il motorinista che resiste in ogni ex motorinista ha un sussulto, anche se sa che non sarebbero più possibili, le “Vacanze romane” come le faceva Audrey Hepburn, principessa in incognito.

 

Non tanto per la moltiplicazione delle macchine e dei vigili e delle zone pedonali, quanto per la presenza ammazza-visuale dei famosi “torpedoni”, motivo di dibattito in Campidoglio: c’è infatti il problema (cosiddetto) “della mobilità insostenibile”, aggravata dal proliferare di pullman per turisti (“284 ingressi ogni giorno, 68 mila 328 solo negli ultimi otto mesi”, dice il Corriere della Sera), e c’è il sindaco a Cinque Stelle Virginia Raggi accusata di non aver rispettato, per ora, la promessa elettorale che suonava più o meno così: “E’ necessario lasciare i pullman fuori dall’anello ferroviario, i turisti devono muoversi con i mezzi pubblici…”. Impossibile, dunque, immaginarsi come Audrey & Peck nel mare di torpedoni con discesa-salita turisti e conseguente invasione della carreggiata da parte delle comitive con zaino e ombrello.

 

Ma il motorino cinematografico resiste. E, alla Festa del Cinema, ha fatto la sua comparsa anche nel film “Maria per Roma”, scritto e diretto dell’esordiente Karen Di Porto. La protagonista, aspirante attrice con un lavoro precario nei bed and breakfast (tenere le chiavi, accogliere gli ospiti), corre tutto il giorno in Vespa tra audizioni, case, lungoteveri e piazze. La leggerezza del mezzo è inversamente proporzionale all’ansia della “linea d’ombra” esistenziale da attraversare in nome dell’illusione (speranza?) di “svoltare” o, come direbbe Carlo Verdone, “de risurtà” (dal dialettale “risultare”: farsi notare, riuscire, raggiungere l’obiettivo, ottenere un risultato anche oltre le aspettive, per bravura, caso o anche solo per fortuna).

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