Disfida paninara

Che fare in città se il prof. Asor Rosa dice No sia al McDonald’s sia al referendum. Il precedente dell’86.
Disfida paninara

(immagine di Wikipedia)

“A Borgo Pio! No, in Piazza Navona! No, sia in Piazza Navona sia a Borgo Pio!!”. E insomma c’è grande subbuglio presso gli ambienti del purismo architettonico-alimentare, tra residenti in vena di appelli, assessorato al Commercio e Primo municipio: pare infatti che la multinazionale americana McDonald’s sia ultimamente molto attiva in città (apertura di un nuovo locale a due passi da Piazza Navona, appunto, e intenzioni di sbarco in pompa magna a Borgo Pio, in un palazzo del Vaticano vicino a Piazza San Pietro). Finita l’estate, dunque, è ricominciata la disfida del fast-food, battaglia sotterranea che ruota attorno all’interpretazione della norma che disciplina le cosiddette “attività di somministrazione nelle aree di pregio” (intanto i residenti confidano ai giornali locali l’inquietudine per la “mancanza di sobrietà” nell’apertura del nuovo locale, con pubblicità “invasiva” di “maxi coni gelato”).

 

Per Borgo Pio invece, dove già l’allarme correva al grido di “così si snatura l’identità del rione”, si è mobilitato persino il professor Alberto Asor Rosa, definendo l’arrivo della multinazionale nel palazzo vaticano “il colpo di grazia che abbatte l’animale ferito… non si capisce a chi sia venuto in mente di aprire una gigantesca paninoteca in una zona già satura ed esposta al rischio di possibili attentati terroristici”. Ma le proteste politico-estetiche dei signori del No (al referendum e al Mc Donald’s, ché nel caso di Asor Rosa l’avversione per il quesito renziano e per il locale americano coincidono) non riescono a raggiungere, per ora, la ribalta nazionale, diversamente da trent’anni fa, quando l’apertura del McDonald’s in Piazza di Spagna aveva seminato il panico tra principi e poveri, intellò e tassisti, netturbini e ristoratori. Correva l’anno 1986 e l’Italia intera apprendeva dell’avversione profonda di una certa Roma per l’astronave dei cheeseburger in atterraggio a due passi da Trinità dei Monti.

 

“Il tempio del fast food più grande del mondo”, titolavano i quotidiani mentre gli architetti e gli ingegneri inauguravano davanti a un pubblico esterrefatto e non ancora abituato ai fasti di polletti fritti, salse barbecue e sandwich a tre piani. Si vociferava di lavori fatti “con il massimo rispetto dell’ambiente e delle strutture esterne” nei locali della vecchia tavola calda Rugantino, e si rassicuravano i residenti preoccupati con foto del McDonald’s in via di inaugurazione: vetrine e sampietrini, tinte da telefilm, mattoni, cucine robotizzate, deumidificatori per la friggitoria, nastri trasportatori, tavoli per bambini, angoli per comitive, team di animatori per le feste, palloncini colorati, salad-bar e quadri-prototipo da “Grande bellezza” ante-litteram. Quando poi il locale aprì, la polemica pian piano fu assorbita dall’abitudine: in tre mesi il McDonald’s non voluto divenne per così dire “parte dell’arredo” (nonché luogo di bivacco per studenti sfaccendati e affaticati dal rito “paninaro” delle vasche in via del Corso).

 

Nel giorno in cui la nomina (sofferta) di due nuovi assessori nella giunta Raggi entra nella routine (con conferenza stampa in Campidoglio di Andrea Mazzillo, neoassessore al Bilancio e di Massimo Colomban, neoassessore alle Partecipate), Roma borbotta sul passato dei nuovi arrivati (che fare con la militanza di costoro in altri partiti?, si domandano, per ragioni opposte, amici e nemici della sindaca Virginia). Ma tanto non si riesce a rispondere, pena la discesa degli inferi delle regole e controregole a Cinque Stelle, che strozzano per primi i Cinque Stelle medesimi. Risolve il caso, apparentemente, l’ispettor Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera di M5s e candidato premier in pectore nonostante le polemiche interne al Movimento: “…noi abbiamo un programma e ci  avvaliamo di tutte le persone che vogliono portarlo avanti e realizzare quegli obiettivi”, ha detto ieri Di Maio, confermando una volta di più che, dopo la conquista di Roma, relativismo e realpolitik (finora bestie nere del grillismo) si fanno strada con nonchalance nei vicoli del pianeta Gaia.

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