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Il “popolo dell’arte romano” al grande lancio d’autunno e i camminatori per il “sì”.

 

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Una scena del film di "Forrest Gump”

Il quartiere è quello della movida anni Ottanta (dietro piazza Navona, accanto al bar della Pace). Tra i turisti ciondolanti tra bancarelle, pizzerie e incongrui (per Roma) nuovi “deli” in cui si vendono vini a poco prezzo, noccioline e detersivi, un serpentone si allunga su due ali: signore in soprabito impermeabile, signori in giacca, giovani in maglietta, attrici e attori di ogni età. I curiosi vanno a sbirciare fin sulla soglia del Chiostro del Bramante, luogo della Roma storica e artistica (ha appena festeggiato vent’anni di attività). E’ un mercoledì non caldo e non freddo di settembre e al Chiostro s’inaugura la mostra internazionale “Love. L’arte contemporanea incontra l’amore” (a cura di Danilo Eccher): fuori si accalca il casuale “popolo dell’arte” romano, casuale nel senso della non etichettabilità (c’è di tutto in senso stilistico e anagrafico) e della non ascrivibilità alle professioni “dell’arte” (critici, architetti, artisti affermati, blogger, professori, galleristi o gente che quantomeno si traveste da critico, gallerista, artista affermato, blogger, architetto come succede alle grandi inaugurazioni di Milano o di Venezia).

 

All’apertura di “Love”, il popolo dell’arte sciama all’interno del Chiostro e si mette in fila per fotografare ogni angolo della mostra “interattiva” e “non convenzionale” – così si presenta al pubblico – dove una voce maschile o femminile di un ipotetico “partner audio” scelto da una lista di cinque nomi (John, Lilly, David, Coco, Amy) guida il visitatore alla scoperta delle opere di Vanessa Beecroft, Francesco Clemente, Nathalie Djurberg e Hans Berg, Tracey Emin, Gilbert & George, Robert Indiana, Ragnar Kjartansson, Yayoi Kusama, Mark Manders, Ursula Mayer, Tracey Moffatt, Marc Quinn, Joana Vasconcelos, Francesco Vezzoli, Andy Warhol e Tom Wesselmann (massima concentrazione di “popolo dell’arte” nella stanza in cui campeggia l’enorme cuore di posate di plastica rosse di Joana Vasconcelos, simbolo di amor fou ma anche “giorno per giorno”). Fuori dal percorso della mostra, nel cortile e lungo il portico, è apoteosi di “ciao, come stai?” (con ricerca di bicchieri per il drink: stavolta il drink c’è, diversamente da altri happening artistici o simil-artistici).

 

Passa un giorno, e riecco il popolo dell’arte romano (ma in versione “ggiovane” e con innesti hipster) all’inaugurazione del festival “Outdoor” (dal 1° al 31 ottobre alle Ex Caserme Guido Reni con installazioni, murales, workshop, dj-set, foto, concerti). Aleggia ad “Outdoor” il tema dell “riuso” (non si sa se per restare sull’onda della decrescita felice-infelice che molto ha fatto presa quando si è trattato di votare per il sindaco), ma anche quello della rivitalizzazione delle aree urbane dismesse con le “temporary exhibitions” di sedici artisti internazionali (e con il contributo di varie ambasciate e istituti di cultura straniera. Non per niente il motto “Beyond-allargare i confini”).

 

Dal “no” alle Olimpiadi ai “camminatori per il sì” al referendum. Nei giorni del grande “no” alle Olimpiadi, c’è in città chi pensa ad altri tipi di sport politico: Tobia Zevi, consigliere del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per la Cooperazione e i diritti umani e coordinatore dell’associazione #Puoi dirlo forte (già vista in azione, come “Romapuoidirloforte” in appoggio alla candidatura di Roberto Giachetti a sindaco di Roma), ha annunciato la sua imminente partenza per un viaggio a piedi e “alla Forrest Gump” in sostegno del “sì” al referendum in tutte le regioni italiane. “In cammino per l’Italia che cambia”, Zevi vorrebbe “riattivare la partecipazione orizzontale” con “l’ascolto” chilometro per chilometro (i chilometri si possono anche “donare”, dice Zevi, annunciando il “crowdwalking” per il “sì”, con tanto di contatore: ciascun cittadino potrà decidere di donare tot chilometri di passeggiata).

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