Titanic fluviale

Tre classi sull’Isola Tiberina, e un unico lungo Lamento del Centurione sulla terraferma.
Titanic fluviale

Volontà prefettizia (del prefetto ed ex commissario Francesco Paolo Tronca) aveva voluto che a un certo punto sparissero dalla vista del turista e del romano di passaggio al Colosseo i centurioni, gli “urtisti” (venditori di souvenir) e i risciò. Prima ancora, ai tempi di Ignazio Marino, si erano visti gli “urtisti” a rischio-spostamento protestare in piazza, al grido di “vergogna” e “bugiardi”. Poi il silenzio, interrotto qualche giorno fa dalla ricomparsa repentina del centurione sloggiato (vista la scadenza dell’ordinanza prefettizia il 30 giugno scorso). C’è chi, camminando per andare al lavoro, se l’è ritrovato lì che chiedeva “che vuoi fare ’na foto?” e chi, leggendo Repubblica, veniva rapito da incredibili dichiarazioni di puro orgoglio centurionico, anche se aggiornato allo spirito del tempo. Esempio: “Siamo socialmente utili, abbiamo aiutato la polizia ad acciuffare un ladro, un’altra volta abbiamo bloccato un arabo col coltello. Vogliamo dare una mano anche nel controllo dei turisti, per garantire la loro sicurezza e incolumità”. Partiva anche un poetico lamento del centurione che non ha il “listino prezzi” come il conducente di risciò, e che non vuole essere “accostato” a costoro nella generale riprovazione in nome del decoro. Noi “siamo un’attrazione”, diceva il Centurione ignoto, agitando la spada finta e scuotendo l’elmo. Ma il ritorno era destinato a durare lo spazio d’un mattino: dalla prima riunione della giunta Raggi usciva il nuovo stop (con multa di quattrocento euro prevista per i trasgressori). Il centurione, senza più distinguo con l’urtista e con il conducente di risciò, si doveva ritirare dagli avamposti, mentre l’assessore al Commercio e al Turismo Adriano Meloni stroncava ogni tentativo di lamento aggiuntivo: “…anche se loro dicono che ricevono soldi come una donazione, c’è pressione morale”. (Si attende prossima puntata, con spin-off sulla sorte dei camion bar).

 

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento…”, cantava Francesco De Gregori in “Titanic”. E a passeggiare lungo il Tevere la strofa torna in mente. Quando infatti non finiscono sui giornali per questioni di cronaca nera o non diventano protagoniste di polemiche sui banchetti che oscurano il murale di William Kentridge, le banchine che durante l’estate si trasformano in un continuum ristorante-bar-negozio-ritrovo per la visione di partite diventano teatro di anatemi e vanterie. Gli autoctoni (abitanti del centro e quartieri limitrofi) di solito prendono un invito ad andare a mangiare o a bere “sotto al Tevere” (riva di Trastevere) quasi come un insulto, ché le banchine con vendita intensiva di birra, vestiti e ciabatte vengono viste perlopiù come la causa principale della penuria di parcheggi (i più melodrammatici immaginano che l’invasioni di topi origini proprio da lì, e sconsigliano qualsiasi sortita). Ma c’è Tevere e Tevere. E ci sono appunto tre classi: terza classe (locali con tavolaccio, birra in formato da pub inglese a Capodanno e canzone “Sofia” di Alvaro Soler a nastro). Seconda classe: locale con pretese d’atmosfera – e menù ibrido tex-mex-anglo-tedesco-giapponese. Prima classe: locale rigorosamente situato sulla riva opposta, isola Tiberina, dove cibo e bevande costano il doppio, il Maxischermo Fluorescente è bandito e il ristoratore sovente si dà arie da maestro di cerimonie dell’ultimo bistrot sospeso sul bordo dell’Oceano (invece che sulla cosiddetta “cascata” fluviale, con vista sulla macchinetta da fototessera).

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