Roma sparita

Rivedere “La famiglia” di Ettore Scola e pensare al povero patriarca nei nuovi open space

E uno passa giorni a domandarsi quali saranno gli altri sì (alle candidature per la corsa a sindaco, dopo quello di Roberto Giachetti), e a cercare di indovinare quanto ancora soppeserà il tutto Ignazio Marino, soprannominato “il fantasma” delle primarie, e quanto davvero Guido Bertolaso sia convinto di correre per il centrodestra (“ha accettato, ha accettato”, era a un certo punto la notizia, ma vai a capire) e se Giorgia Meloni sarà della partita o no (quanto conterà l’incontro con Marine Le Pen?, era la domanda), e se Alfio Marchini inventerà un altro logo a forma di cuore, e se Stefano Fassina e Walter Tocci faranno la lista civica, e se i duecentotrentatré candidati del M5s si ridurranno prima o poi almeno a cento – e uno passa giorni a interrogarsi, dunque – per poi scoprire che l’unica certezza, per ora, è che presto si pagherà l’ingresso al Pantheon (“non capisco perché debba essere gratuito”, ha detto il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini).

 

Muore Ettore Scola, genius loci per la Roma del cinema (e non solo), e capita che a tarda sera, accendendo la televisione, ci si imbatta ne “La famiglia”, il film del 1987 in cui tutto avviene, nell’arco di ottant’anni, all’interno di un tipo di casa che a Roma c’era e non c’è quasi più, con il corridoio interminabile e le porte che si aprono una dietro l’altra, e il telefono fisso con i numeri da comporre lentamente sulla “rotella” (non ci si ricorda se era un antidoto all’impulsività, oggi inaggirabile con il cellulare), e i mobili sempre uguali e le finestre che si affacciano su una via immaginaria del quartiere Prati (“via Scipione l’Africano”). E a rivederlo oggi, “La famiglia”, non si può fare a meno di pensare al dilagare, anche a Roma – dove finora aveva preso piede meno che a Milano – del concetto e mito dell’“open space”, tortura comprensibile in ufficio, meno in case di settanta metri quadri, dove, volendo, lo spazio per ricavare due (o tre) stanze più piccole ci sarebbe (raccontano architetti romani che sempre più spesso, comprando casa, c’è chi fa abbattere muri di stanze anche ampie sognando appunto l’open space). E mentre si guarda Vittorio Gassman, che ne “La famiglia” interpreta il patriarca Carlo, camminare lungo il corridoio avanti e indietro, per cercare di capire se dietro quella porta chiusa la sua amata-non amante Fanny Ardant ha spento la luce o ha fatto finta di spegnerla, non si può non trasecolare all’idea che tutto quel meraviglioso attimo di dubbio – entro? non entro?, busso?, non busso?, mi starà aspettando?, non mi starà aspettando? – mai potrà toccare a un patriarca che si trovi a invecchiare da un capo all’altro di un pur elegantissimo “loft”.

 

Arrivano i turchi (come compratori) all’Aldrovandi Palace, hotel in stile umbertino ubicato ai Parioli, già collegio per ragazze di sangue reale. E a Roma, in ambienti immobiliari, si cerca di indovinare quale sarà il prossimo albergo “dismesso” a peso d’oro, dopo l’Eden, quello dove si faceva intervistare Federico Fellini (hotel che dal 2013 è nelle mani del sultano del Brunei), e dopo l’Excelsior, comprato dal Qatar non più tardi di quattro mesi fa. 

 

Chiude il cinema Alcazar, quello con le poltroncine rosse, pilastro dei cinephile trasteverini (gli stessi che hanno lottato per il cinema America), e dei fumatori e non fumatori nostalgici (si fumava in galleria, negli anni Ottanta, e tra liceali di allora ci si sentiva molto a Parigi).

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