Visioni e televisioni

Il Cupolone spento, Sergio Rizzo sceriffo e la gara di ubiquità tra Alfio-Arfio e il Prefetto

Visioni 1. La scena è questa: Sergio Rizzo, penna austera dell’illustre coppia anticasta del Corriere della Sera (lui più Gian Antonio Stella), e ciclista convinto per le strade della Capitale ormai priva del sindaco a due ruote, che si mette a smontare nottetempo un cartello attaccato a un palo in modo da poter recuperare la bicicletta che un ladro aveva deciso di rubargli, sì, ma con comodo, più tardi, assicurandosi il bottino con una catena a prova di tronchesi, chiusa attorno alla bici di Rizzo e accanto al più frangibile lucchetto apposto al mattino dal giornalista. Lo racconta Rizzo stesso nelle pagine locali del Corriere, con i dettagli e la soddisfazione di poter dire ai ladri “la mia bici lì non la troveranno più”: “E’ bastato smontare il cartello imbullonato al palo”, scrive, “sfilare dall’alto la bicicletta incatenata e poi rimettere il cartello al suo posto”. Il giorno dopo questo Rizzo-sceriffo torna a scrivere di Istat, decoro urbano e bollette alte, con tutte le cifre e tutta la riprovazione (riecco Roma che si presenta all’appuntamento del Giubileo “nel peggiore dei modi”). Forse era una visione, il Rizzo che smonta cartelli, come quella del prefetto commissario Francesco Paolo Tronca, che appare per un attimo e come per sbaglio sui teleschermi, mediaticamente oscurato dal precedente e ubiquo prefetto Franco Gabrielli (vedi punto successivo). Ma la vera visione è quella del Cupolone spento: “Esercitazione antiterrorismo”, dice il web, attaccandosi forse alla scenografia perfetta per un film complottistico alla Dan Brown. Black-out e/o “prova tecnica”, dicono le autorità. E meno male che due giorni prima si era almeno acceso il Colosseo (ma contro la pena di morte).

 

Visioni 2. Un giorno lo si avvista alla kermesse di Francesco Rutelli per “La Prossima Roma” – lo si avvista ma lo si ascolta pure, ché il prefetto ubiquo Franco Gabrielli parla e parla molto, volentieri e di tutto. Parla di Giubileo (Roma ne vive già “uno al giorno”), di “senso di insicurezza nelle periferie”, di candidature (non si candida a sindaco, ma gli piacerebbe molto fare il capo della Polizia, se qualcuno glielo chiede). Un altro giorno invece Gabrielli spunta dalla videochat del Corriere della Sera e aggiunge un particolare: “Mi piacerebbe che il prossimo candidato sindaco non fosse un Papa straniero”. E insomma non solo parla, ma anche commenta (non gli è piaciuta la frase del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone su “Milano capitale morale”), e profetizza e allude, Gabrielli l’ubiquo che non si candida ma quanto a esternazioni ne dice più di un candidato-ombra, tanto che la gara di presenze non è tra lui e il defilato, suddetto commissario Tronca, ma tra Gabrielli e il candidato vero Alfio Marchini: stessa onnipresenza, stesse videochat (sul Corriere pure Alfio, anche se cambia il contenuto: più tram per tutti, dice Marchini, per un attimo spericolatamente simile al suo fake su Twitter, il profilo di “Arfio”, alter ego che voleva il “parquet di ciliegio giapponese” per ripianare le buche). Alfio (o era “Arfio”?) vorrebbe anche un Senato gratuito per Roma e un patto con il Vaticano. E Gabrielli però non ne salta una: ieri è stato insignito del premio “Le ragioni della nuova politica” (accanto a un Lamberto Dini non nuovissimo, in verità, ma forse – perché no – rinnovato o rinnovabile).

 

Visioni 3. All’ennesimo venerdì di sciopero bus e targhe alterne (oggi), c’è chi si consola all’idea di poter acquistare i nuovissimi biglietti Atac “per pellegrini”, edizione speciale, con immagine di Papa Francesco e una serie di (collezionabili?) custodie-souvenir.

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