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Non è una gaffe, Mr Cheney

Intervistato da Larry King della Cnn, il vicepresidente americano Joe Biden nel corso della trasmissione televisiva di mercoledì sera ha lasciato cadere una frase niente male, capace di chiudere una volta per tutte la battaglia ideologica intorno alla decisione del 2003 degli Stati Uniti e di mezza Europa di invadere l’Iraq e di destituire con la forza il dittatore Saddam Hussein: “Sono molto ottimista – ha detto Biden – L’Iraq potrebbe essere uno dei grandi successi di questa Amministrazione”. Avete letto bene: nell’anno domini 2010, dopo un lustro passato a dire il contrario, Biden ha detto nella stessa frase “Iraq”, “grandi successi” e “questa Amministrazione”. Il numero due del Partito democratico non ha più parlato di guerra “persa”, di “disastro”, di “decisione folle”, come era d’uso dalle sue parti fino a un paio d’anni fa, anzi ha addirittura annunciato un possibile “grande successo” per l’America e il suo presidente.
Il vice di Obama, ovviamente, ha fatto riferimento al previsto ritiro di novantamila soldati americani entro la fine dell’estate prossima, anche se ha dimenticato di aggiungere che il rientro in patria avverrà secondo il calendario di disimpegno stabilito da George W. Bush e dal premier iracheno Nouri al Maliki e sulla base del successo, non della fuga in stile vietnamita, della strategia politica e militare attuata dal predecessore di Obama e, allora, osteggiata sia da Obama sia da Biden. Nell’intervista, il vicepresidente s’è spinto oltre e all’attonito Larry King ha spiegato che il motivo per cui ci ricorderemo del “grande successo” obamiano è esattamente quello che per anni ha raccontato Bush: “A Baghdad c’è uno stato stabile che si sta davvero muovendo nella direzione di un governo rappresentativo”.
Biden è notoriamente un chiacchierone, cosa che non piace affatto al suo boss, e al giornalista della Cnn ha aggiunto di essere “rimasto colpito dal modo in cui tutti i segmenti della società irachena”, che lui dice di conoscere molto bene, “abbiano deciso di usare il processo politico, invece che le armi, per risolvere le proprie differenze”.
Il numero due della Casa Bianca, dunque, ha riconosciuto pubblicamente e in diretta televisiva che non solo la guerra irachena è stata vinta, ma anche che la democrazia è stata felicemente esportata, al punto che l’intera impresa già adesso può essere considerata come uno dei “grandi successi” dell’Amministrazione Obama.
Questo “successo” obamiano – ammesso che la fase di relativa pacificazione duri ancora a lungo e superi di slancio il voto politico di marzo – naturalmente non è per niente merito di Obama. Al Congresso, l’allora senatore dell’Illinois aveva votato contro il “surge” deciso da Bush e attuato dal generale David Petraeus perché in quel momento gli conveniva dire di no in vista delle primarie contro Hillary, ma anche perché si era convinto che avrebbe peggiorato la situazione in Iraq. Non è nemmeno merito di Biden, il quale aveva proposto la tripartizione etnico-religiosa dell’Iraq, un paese che allora considerava impossibile da governare.
Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha cercato di rimediare alle parole di Biden sull’Iraq, ma con scarso successo. In un primo momento, ha detto che Biden si riferiva al rientro delle truppe, poi quando i cronisti gli hanno fatto notare che l’accordo per il rientro è stato siglato da Bush, non da Obama, ha provato a replicare che l’accordo tra Bush e l’Iraq è stato il frutto di pressioni politiche esercitate dal candidato Obama sull’allora presidente. In politica non è una novità che qualcuno si appropri dei successi altrui né che accusi il predecessore quando le cose vanno male, ma sostenere che l’opposizione alla strategia che ha salvato l’Iraq dalla guerra civile sia stata la vera ragione per cui all’Iraq è stata risparmiata la guerra civile è troppo anche per chi è abituato a fare politica in quel disinvolto ambientino di Chicago. In realtà il “grande successo” di questa Amministrazione sono proprio le parole di Joe Biden: ora anche gli Obama boys hanno capito che ritirarsi dall’Iraq non è una soluzione seria e che la strategia democratica di George W. Bush resta l’unica politica credibile.
Christian Rocca

di Christian Rocca

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