L'isterico finale d'estate a San Francisco, tra piscine piene e strade deserte

Più acqua e frutta: raccomandazioni che qui suonano insolite

L'isterico finale d'estate a San Francisco, tra piscine piene e strade deserte

Alba sul Golden Gate a San Francisco (foto LaPresse)

L’estate finisce, assai caldamente, a San Francisco. Nel weekend del Labor Day, weekend lungo che segna il ritorno dalle vacanze, la più grande ondata di caldo della storia colpisce la baia. Anche 106 gradi fahrenheit, corrispondenti ai 41 nostri, che non è per carità un dramma ma da queste parti non si è proprio mai visto; e dunque reazioni un po’ isteriche, piscine pubbliche e private tutte precettate e aperte ai cittadini; ristoranti che tengono chiuso “perché non possiamo garantire il servizio”. Solite raccomandazioni di bere molta acqua e mangiare frutta, che qui suonano inedite e esotiche; nella celebre estate gelida di Mark Twain, con una media normalmente sui quindici gradi, maglioncini, calze, trapuntine sul letto, nebbie.

   

Dunque sudori, e straniamento. Atmosfera da ferragosto romano, strade e stradine deserte (chi può se n’è andato per il ponte, ai parchi, lontano), con pochi abitanti coraggiosi che si trascinano in ciabatte in cerca di refrigerio. Conoscenti che non si sentono da anni, telefonate sospette alla Verdone (s-stadio Olimpico): tutti cercano compagnia ma soprattutto “ma che ce l’hai te l’aria condizionata?”. Nessuno ce l’ha, questa aria condizionata, dunque è tutto un cercare un ventilatore (esauriti al supermercato Target), una biblioteca, una palestra – tutti sprovvisti, non se n’è mai sentito il bisogno. Si cerca un refolo di vento, un’ombra, una clorofilla: allora via nei parchi, nello sconfinato Golden Gate Park dove esattamente 50 anni fa si celebrò l’inizio dell’estate dell’amore con un comizio di Allen Ginsberg; e nei parchetti minori. Molto gettonato quello della University of San Francisco, università gesuita che offre corsi di computer science per nerd apostolici romani. Anche dentro, un fresco, nella chiesa di Sant’Ignazio novecentesca ma perfettamente costruita come una cattedrale del ’700. Dentro, un refrigerio, una pace, e saranno i canti latini, sarà l’organo, sarà l’incenso, ma viene quasi da ritrovare la fede del battesimo, un po’ come il Manzoni nella chiesa di San Rocco il 2 aprile 1810.

    

Viene anche voglia di rivendicare le proprie origini cattoliche e apostoliche, contro l’abolizione demente del Columbus Day del 9 ottobre, che in calendario diventerà “giornata dei popoli indigeni”. Poi tra duecento anni scopriremo che anche gli amabili indigeni avranno sterminato qualche preesistente abitante, forse peggio di Cristoforo Colombo, e il calendario cambierà ancora. Per ora però il cambio buonista è solo a Los Angeles, a San Francisco ancora la festa regge. Almeno per quest’anno. Chissà cosa ne pensa l’arcivescovo: Sua Eccellenza reverendissima don Salvatore Cordileone, porporato con fisico e nome da attore (già arrestato per guida in stato di ubriachezza e ferocemente antigay nella città più gay del mondo, non proprio un campione del politicamente corretto, diciamo).

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