L'omicida Battisti e le domande da porci sulla giustizia italiana

Il Brasile non ha, nel suo codice, una pena come l'ergastolo. Ed è lungo l'elenco di paesi che rifiutano di concedere estradizioni basate sui reati associativi

L'omicida Battisti e le domande da porci sulla giustizia italiana

Cesare Battisti (foto LaPresse)

Poche considerazioni su una vicenda sgradevole quanto il suo protagonista. Cesare Battisti non incarna nemmeno il sogno folle e sanguinoso dei gruppi italiani della lotta armata clandestina, ne è un cascame, un simbolo storto e per qualche verso abusivo. Non c’entra nulla con personaggi come il contadino comunista emiliano Prospero Gallinari, imbevuto di una tradizione feroce ma politicamente classificabile. Non c’entra nulla con gli spietati killer della Volante Rossa milanese, variante metropolitana della stessa tradizione. I suoi delitti evocano invece, a volerli leggere politicamente, la “bande á Bonnot” senza neppure l’aura dell’anarchia e con molto di malavitoso.

 

Eppure la faccenda della sua finora mancata estradizione offre la possibilità di riflettere sulla giustizia italiana e le sue leggi penali. Quelle antiche e sempre più consolidate come l’ergastolo. Curioso che nessun giurista abbia sottolineato come il Brasile non abbia nel suo codice una pena del genere, pur avendo indiscutibilmente seri problemi di criminalità. Quanto poi alle leggi emergenziali vorrà pure dire qualcosa che non solo il Brasile ma anche paesi come la Svizzera, la Germania, la Gran Bretagna, l’Argentina, il Giappone, minuziosamente elencati in un post da Franco Piperno, che suo malgrado è diventato un cultore della materia, hanno rifiutato estradizioni basate sui reati associativi. Ci sarebbe da aggiungere che alcune corti straniere rifiutano l’estradizione anche per alcuni reati di associazione mafiosa del nostro codice. Con l’omicida Battisti c’entra relativamente ma anche il suo caso estremo può aiutare a pensarci.

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Commenti all'articolo

  • tenen314

    12 Ottobre 2017 - 08:08

    Pensiamoci allora. Di pensiero in pensiero si arriva al codice penale sovietico: prevedeva una pena carceraria massima di 12 anni, periodo ritenuto sufficiente alla rieducazione del reprobo. Altrimenti, se la corte o la trojka (NKVD + segretario locale del partito comunista + procuratore dello stato) decideva che il reprobo non era rieducabile, si optava per la fucilazione immediata, onde evitare lungaggini burocratiche ed inutili costi per la collettività. Siamo sicuri di voler discutere la legge "emergenziale" italiana con la Svizzera? O magari discutere il massimo della pena con la Norvegia, dove un massacro di un'ottantina di giovani costa all'assassino l'iperbolica pena di 21 anni di carcere? Dobbiamo veramente convincere il Brasile che Cesare Battisti non è stato condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello stato (abolito nel 1943), o dobbiamo invece riconoscere che sul piano etico un'area non indifferente della sinistra (leggi Lula ed altri difensori) è marcia?

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