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Lo spazio sacro

Nello spazio incontrollato del pensiero di ognuno di noi c’è un punto d’incontro che unisce il timore del sacro con l’inquietudine del vivere quotidiano. Un’indagine introspettiva proprio dell’essere umano che ha a che fare con la religione, con l’infinito e prima ancora con il rapporto con gli altri. Temi che la mostra “Lo spazio del sacro” cercherà di approfondire meglio attraverso l’interazione tra il pubblico e le 12 installazioni presenti fino al 6 marzo 2011 presso la Palazzina dei Giardini e Palazzo Santa Margherita a Modena.

Promossa dalla Galleria Civica di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena la collettiva a cura di Marco Pierini, infatti, ha l’obiettivo di coinvolgere i suoi spettatori in un ambiente di reciproca comprensione. All’interno del quale le opere di grandi artisti di caratura internazionale sono pronte a stupire chi le guarda nel profondo della sua intimità. Dalle centinaia di mani, protettrici di una piccola sfera dorata, create per l’occasione dall’artista spagnolo Josep Ginestar e intitolate “Todos Buscamos”, alla monumentale “Jerusalem” di Jaume Plensa, costituita da 18 gong, ciascuno con un versetto del “Cantico dei cantici” inciso al centro. Da “Reflections”, progetto site specific di Paolo Cavinato rappresentante l’azione del tempo e il suo scorrere in relazione allo spazio, all’energia primordiale della natura di otto grandi pietre protese verso l’immateriale profondità di una linea d’oltremare dipinta sulla parete da Giovanni Anselmo. Dall’installazione multimediale “History of a Myth: the Small Dome of the Rock” di Kader Attia, che attraverso un bullone e un dado dorato vuole rappresentare la Cupola della Roccia di Gerusalemme, ad “Al-Aqsa Park”. Video del 2006 di Wael Shawky, in cui lo stesso edificio è visto come una trottola che ruota su se stessa, crocevia della cultura globalizzata del mondo moderno. Dal suono diffuso nella cupola della Palazzina dei Giardini dalla costante vibrazione della corda di un arco in legno e metallo di sette metri e mezzo d’altezza, intitolato ”Sun Tzu” dall’autore Roberto Paci Dalò, al linguaggio universale di 3050 simboli, delle più diffuse religioni, combinati come fossero semplici disegni ornamentali nel video “God is design” di Adel Abdessemed. Dalla potente alterità spaziale e archetipica di “Arizona Circle” di Richard Long alla rossa sorgente luminosa di Anish Kapoor. Per concludere in fine con quelle che forse sono le visioni più significative di tutta l’esposizione ovvero, “God save the people”, scultura in legno laccato di Vittorio Corsini, e “Chair of Nirvana”, opera di Chen Zhen del 1997. Dove nella prima troviamo cinque edifici di culto religioso differente, sovrapposti per costituire un’inedita forma di definizione di uno spazio comune a tutti gli uomini. Mentre nella seconda, vecchie sedie di fogge diverse formano una cupola, alludendo in questo modo  alla sacralità del rapporto familiare e d’interrelazione sociale, tenuto in piedi da un delicato equilibrio, costituito dalle gambe di una sedia a dondolo. A simboleggiare come il  fulcro della comprensione della sacralità non derivi dall’alienazione o dall’astrazione, ma anzi da un continuo e difficile confronto basato sulla libertà e il rispetto di ogni idea.

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di Matteo Castelnuovo

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