C’è una sola ragione per l’arrabbiatura di Bombassei, il vicepresidente di Confindustria che minaccia l’autarchia degli industriali nella riforma dei contratti. Cgil, Cisl e Uil hanno rinunciato ad approvare la bozza di riforma che pure avevano sul tavolo, questo il motivo. Ma perché tentennano? Semplice. Tentennano perché la Cgil di Epifani è ostaggio dei massimilismi della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici guidato dai filorifondaroli Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi che ha posto un veto. E’ una questione vecchia questa della spaccatura interna alla Cgil: sul welfare, in primavera, quasi quasi provocava la caduta del governo Prodi. Ecco. Il tema è fortemente politico. Il Pd si propone come il partito della sintesi, del compromesso storico tra ragioni del padronato e lotta sindacale: candida Pietro Ichino, ma anche il segretario della Cgil Nerozzi, candida l’operaio della Thyssen ma anche l’imprenditoria semirapace. Ecco. Il tentativo veltroniano (se preso sul serio e non rubricato alla voce “paraculata elettorale”) è quello di egemonizzare la sinistra emarginando i massimalismi bertinottiani e allo stesso tempo conciliare le posizioni della sinistra moderata con i desideri del padronato ragionevole. Se riesce, ragazzi, è un salto nel futuro: una svolta liberale e riformista che non passa dalla decostruzione tatcheriana del sindacato, ma dall’amalgama degli interessi e dalla convergenza in un unico grande partito. Auguri.
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