Al direttore - Sto realizzando una serie di documentari sulla speranza. Dopo “Greater” – sconfiggere l’Aids su un progetto rivoluzionario di lotta all’Aids in Uganda, è in preparazione “Io sono qui” sul dottor Mario Melazzini, medico ammalato di Sla, fondatore, con Alberto Fontana (Uildm) e grazie all’ospedale Niguarda messo a disposizione dalla regione Lombardia, del Centro Clinico Nemo, specializzato nella cura delle malattie neuromuscolari (il successivo sarà poi sugli stati vegetativi persistenti). Immergersi in queste malattie è stato un trauma profondissimo di cui ancora adesso fatico a vedere tutti gli effetti. Sono malattie inguaribili, in particolare la sla in poco tempo ti paralizza e t’uccide: non a caso il livello di stress degli operatori è più alto di quello degli operatori di altre gravi malattie. Il Nemo è un centro d’eccellenza nella cura ideato da malati per i malati, con operatori di alta professionalità che lavorano senza posa. Eppure questa infinita fatica non ha l’obiettivo della guarigione. E allora perché farla? La mentalità diffusa pensa subito che se non si può guarire non vale davvero la pena di occuparsi di chi sta male, è meglio trovare il modo di tagliar corto. Melazzini invece dice, da medico, che il medico deve curare il paziente, non la malattia: “Come malato voglio guarire, certo, e anche come medico voglio guarire i miei pazienti, ma chi sta male vuole soprattutto che qualcuno si prenda cura di lui, condivida la sua situazione”. Un malato che purtroppo non può essere guarito può e deve essere sempre curato, accudito. (Melazzini, per inciso, conscio dell’importanza della ricerca, ha fondato un’agenzia di ricerca dedicata alla sla). Alla luce di questo, il vostro trittico su Don Verzè ghiaccia il sangue. Il sac. e prof. sogna di guarire, con la ricerca, ogni malattia e ogni morte confidando nella potenza del microscopio. E’ meraviglioso, certo, ma lo dice con una sorta di spregio per quella che chiama “assistenza da lazzaretto”, non condivide l’approccio di chi come Madre Teresa innanzitutto abbraccia il malato. Sembra che per lui assistenza e cura non abbiano una vera importanza nella lotta alla malattia. Ma del malato concreto chi si occupa? Nel suo gran libro infinito, al cap. XXXII Manzoni registra con la strapotenza del suo stile che durante la peste Milano fu abbandonata da medici e amministratori, eppure il lazzaretto era tutto “un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi” di gente che non abbandonava i malati al loro destino. Di gente come Madre Teresa. Secondo don Verzé la vera battaglia non si combatte nel lazzaretto ma in superlaboratori lucidati a specchio dove si esibiscono abbaglianti dream team di scienziati. Solo che il microscopio di cui si fanno scudo avvicinerà forse le malattie ma allontana i malati. A questo Golia della sanità corrisponde un Davide della cura. “Ero un medico attento al mio malato, facevo di tutto per guarirlo. Ma anche fare la mia bella figura”, mi ha detto Mario l’altro giorno quando ha letto la seconda puntata. “Con la malattia ho capito che senza mettere il malato al centro del mio lavoro, tutto quello che faccio è inutile a lui. Magari utilissimo alla mia carriera, ma non a lui”. Perché entrare nelle malattie per raccontare la speranza e non, per esempio, la carità? Giotto nel suo campanile ha messo la formella della Medicina non sotto quella che celebra la Carità, ma sotto quella che canta la Speranza. E nel medioevo si moriva quasi sempre per malattia, essere medici non era un’attività trionfale. Perché questa scelta? Forse la sua civiltà – che immaginava e costruiva cattedrali – ha un favoloso tesoro che noi moderni abbiamo perso? Andare dentro le “situazioni estreme” è andare in cerca di questo tesoro che ora non troviamo. Ma c’è. Da qualche parte c’è. Don Verzè dice che il malato è un tabernacolo d’oro. Ma amare l’oro è facile, ci vuole poco; amare un tabernacolo di carne è difficile, ci vuole tutto. Ci vuole l’unica cosa che un uomo – malato o no – desidera: qualcuno che, prima di ogni doverosissimo microscopio, dica “mi prendo cura di te”.
Emmanuel Exitu, Roma
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