Perché oggi, l’America, per raccontarsi ha bisogno dei vampiri? Non stiamo parlando dei vampiri buoni e mormoni del fenomeno cinematografico del momento (“Twilight”), ma dei vampiri della Louisiana che popolano la nuova serie tv cult di Alan Ball. Premio Oscar per “American Beauty” nonché creatore di “Six feet under”, telefilm che ha definitivamente marcato la linea di separazione tra serialità televisiva d’autore e no.
“True blood” è il tv show di punta di questa stagione per la coraggiosa rete via cavo Hbo, che sul progetto di adattare la serie di romanzi di Charlaine Harris, “Sookie Stackhouse”, aveva puntato moltissimo, già prima della messa in onda, attraverso un’acuta e riuscita campagna di viral marketing finalizzata a incrementare l’attesa e il passaparola mediatico.
La fittizia Bon Temps è una classica cittadina del profondo sud degli Stati Uniti, dove pregiudizi, superstizione e una forte religiosità popolare convivono dando vita a una trama sociale difficile da dispiegare. Ma l’America raccontata da Ball in questa serie è davvero diversa: deve fare i conti con la presenza dei vampiri. Abbandonata la truce pratica di cibarsi di sangue umano (anche grazie all’arrivo di un efficace sostituto sintetico, chiamato appunto True Blood) vogliono essere considerati membri rispettabili della società. Se alcuni rappresentanti della piccola comunità della Louisiana sono propensi a un’integrazione pacifica con i “diversi”, come la giovane protagonista Sookie innamorata del vampiro Bill, altri lo sono molto meno, come il misterioso serial killer che sceglie le sue vittime tra le donne che hanno avuto rapporti sessuali con vampiri, colpevoli per molti di contaminare la razza.
Sebbene l’intreccio delle linee narrative mistery e romantic sia il filo conduttore dei dodici episodi che compongono la prima stagione, da poco conclusasi in America, il punto di forza della serie è sicuramente rappresentato dalla scelta di Ball di utilizzare i vampiri come metafora del diverso per raccontare una società divisa tra spinte all’integrazione e brusche ritirate verso un conservatorismo che trova negli stati del sud la sua culla privilegiata.
Se a difendere i diritti dei vampiri c’è l’American Vampire League con l’avvenente Nan Flanagan, vampiressa politicante, che si affanna nei vari talk tv ad affermare a gran voce che “Vampires were people too” (anche i vampiri erano persone). A opporsi alla mescolanza sociale c’è invece un gruppo di estrema destra Fellowship of the Sun che con il motto “Say NO to the Vampire Rights Amendment” lotta al fine di preservare la forza e la purezza della razza umana. Entrambe le organizzazioni sono rintracciabili sul Web ai seguenti indirizzi www.americanvampireleague.com www.fellowshipofthesun.org: due siti verosimili, frutto della geniale trovata della rete, non nuova a questo tipo di invenzioni.
Sono esilaranti alcune situazioni raccontate dallo show, come quella in cui un ragazzo vicino alle nozze augura al vampiro Bill di essere il prossimo ad accasarsi quando i matrimoni “misti” diventeranno legali. Nell’ultimo episodio della stagione, infatti, mentre il tg annuncia la legalizzazione delle unioni tra umani e vampiri nello stato del Vermont, un’amica si congratula con Sookie per la possibilità di poter un giorno sposare Bill. La ragazza seppure felice al solo pensiero, realisticamente mette in evidenza un fattore non irrilevante, ovvero di non vivere in Vermont, ma nel profondo sud della Louisiana.
Sconfinando nella superstizione
Non sono però solo i vampiri i protagonisti del racconto di Ball, True Blood mostra anche la realtà di una certa religiosità popolare nera che a volte sconfina nella superstizione. Vediamo esorcismi a buon mercato praticati da una donna che nella disperata ricerca di portare avanti una famiglia mette in atto una farsa degna di nota, illudendo anime deboli di curare i loro mali cacciando i demoni che occupano il loro corpo.
Tutto quello che “True Blood” rappresenta è raccolto nella bellissima sigla: un compendio per immagini di quello che la serie racconta. Sulle note di “I wanna do bad things with you” di Jace Everett, corpi aggrovigliati, esaltate manifestazioni di religiosità, un cartello con la scritta “God hates fangs”, una donna che scappa dall’acqua battesimale e frammenti sparsi di un’America abbandonata vanno a formare quella che può essere definita come letteratura televisiva per immagini.
Non è difficile capire come dietro a una serie che fa del trash un canone stilistico e che racconta di creature “mitologiche”, ci sia la volontà di svelare mali e problemi di un paese che non riesce a conciliare l’american dream degli stati che contano con l’incubo a stelle e strisce di quella porzione di America dimenticata da Dio.
E’ come se la televisione italiana trovasse l’espediente narrativo giusto per raccontare quelle vecchie signore che con le gambe gonfie, poggiate sulle sedie di vimini, dinanzi alla porta di casa, aspettano tra un rosario e l’altro, che l’afa si porti via anche gli affanni di una vita trascorsa nei vicoli di un paesino sperduto del nostro sud.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Daniela Delle Foglie