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Se il totem degli Ogm non è più un totem

Al pari della globalizzazione, del buco nell’ozono e della giacca di jeans, anche il totem degli Ogm potrebbe smettere i panni pretestuosi dell’ideologia per tornare a essere ciò che in fondo è sempre stato: un semplice fatto. Al festival dell’alimentazione di Milano, una delle rassegne che fanno da overture all’Expo 2015, il ministro del Lavoro e della Salute, Maurizio Sacconi, ha sottolineato i pregi delle biotecnologie in campo alimentare, il cui elevato livello di controllo permette interventi “meno esasperati” di quelli comminati a colture e animali con tecnica mendeliana, cioè tradizionale. L’intervento del ministro smonta l’equazione: naturale, quindi giusto, che negli ultimi anni ha animato l’ostruzionismo di comitati e consumatori alla ricerca sugli organismi geneticamente modificati. “Occorre rimuovere la moratoria di fatto che è stata applicata agli Ogm”, ha detto Sacconi, ricordando, fra l’altro, come i prodotti Ogm siano una realtà affermata anche nella venusiana e parlamentista Italia, dove ogni anno vengono importate 3 milioni di tonnellate di soia modificata e 6 milioni di tonnellate di mais, utilizzati principalmente per i mangimi animali. Nulla a che vedere con la deregulation sbrigliata di alcune aree extraeuropee: Sacconi ha sottolineato la volontà di adottare il criterio supremo della salute come bussola della ricerca, avvalendosi delle maglie rigide del controllo europeo come garanzia di processi sicuri. Niente facili entusiasmi biotecnologici dunque, ma di certo c’è che il clima del dibattito sta lentamente cambiando.

di Mattia Ferraresi

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