Dopo aver sfidato la scienza e il buon senso, gli avversari militanti del global warming ora sfidano le sentenze dei tribunali e addirittura la galera. In giugno, un gruppo di circa venti attivisti aveva protestato contro i mali climatici del mondo bloccando un treno nei pressi della cittadina inglese di Drax, dove sorge la centrale elettrica più grande del Regno Unito. Per cinque di questi – tre uomini e due donne – la corte aveva disposto una misura di sicurezza che impediva loro di partecipare ad azioni simili, compreso il sit-in di una settimana che si terrà a Kingsnorth, nel Kent, per opporsi alla costruzione di una centrale che produrrà energia elettrica tramite la combustione di carbone. Sì, carbone, il temibile fiancheggiatore del riscaldamento globale. Gli attivisti non vogliono sentire ragioni e promettono di essere in prima fila assieme con i loro verdi compagni, anche a costo di finire in carcere, come stabilito dalla sentenza in caso di recidiva. Paul Morozzo, uno dei coinvolti, ha detto al Guardian: “Non prendo alla leggera l’ipotesi della prigione, anche perché ho dei figli a casa, ma siamo arrivati a un punto cruciale della lotta: la minaccia del riscaldamento globale è serissima. Per questo sono pronto anche alla prigione ”. Intanto, uno studio condotto dalla New Economic Foundation, e pubblicato ieri, sostiene che nei prossimi cento mesi il livello delle emissioni di gas passerà una soglia critica, rendendo incontrovertibile il processo di riscaldamento globale. Secondo Greenpeace, questo snodo potrebbe convincere molti attivisti ad aumentare il calibro delle proteste, conducendoli – in una spirale d’incoscienza – a sfidare i bandi della legge, prigione compresa.
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