Ci sono cose che devono essere e basta. Sanremo è una di queste. Deve esserci, anche a cinquantotto anni dal primo festival. Deve esserci Pippo Baudo (il tredicesimo, perché tredici sono le edizioni che ha presentato). Meno male che doveva esserci anche Pierino Chiambretti, che a parte la scena dello spogliarello (finto) con la bionda Andrea Osvart, ha detto che il maestro Pippo Caruso ha iniziato anni e anni fa, col piano bar durante l’ultima cena. Devono esserci i favoriti e i superfavoriti (su tutti: Anna Tatangelo con la canzone sui gay scritta dal compagno Gigi D’Alessio, ispirato da un racconto di lei sulla storia vera di un amico discriminato. Ma doveva proprio esserci, e con quella posa da donna finita, il push up e un anno più di venti?). Doveva esserci la gag strafinta con Lanny Kravitz che invita Pippo a suonare “Donna Rosa”, e lo spot sfigato dell’acqua minerale prima dello yogurt bifido.
Tutto doveva esserci. Magari potevamo non esserci noi, ad ascoltare musica che per tre quarti pareva proprio non esserci.
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