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Israele e i suoi piedi sinistri

Vorrei fare i miei auguri di compleanno a quel paese di carattere che è Israele. Lo faccio pubblicamente, provo per questo paese una gratitudine infinita. Sono stata in Israele anni fa, per lavoro. L’innamoramento è scattato subito, istintivo, così a fine viaggio ho deciso di spostare il rientro di dieci giorni. Sono rimasta a girare quelle terre: in autobus, nei taxi collettivi, a piedi. Gerusalemme ha una luce magica. La sera andavo al pub. Mi stupiva trovarli pieni, qualche mese prima un terribile attentato si era visto proprio in un locale frequentato da universitari. Dopo due giorni era diventato normale anche per me aprire la borsa prima di entrare, farla controllare a un ragazzo - mio coetaneo, ma imbracciava un’arma. In giro, giovanissime facce (anche felici) sopra tute mimetiche e armi a tracolla. Lì le armi non impressionano nessuno. I giovani crescono in fretta, si sposano presto, fanno tre anni di militare, hanno figli. Hanno il senso del tempo che noi abbiamo perso. Salire sugli autobus era un'angoscia.  Appena su, studi le facce dei compagni di viaggio, e se hanno zaini, borse, vestiti troppo ampi, pensi se mai scenderai vivo. Un terrorista non porta la divisa. Eppure gli israeliani continuano a riempire ristoranti e fermate di autobus. Sono stata in un mercato affollatissimo a fare la spesa, poi in un bazar tipico, vendevano anticaglie e ho comprato tre piastrelle vecchie a forma di stella con il disegno di pesciolini. Un pomeriggio c’è un attentato, in un centro commerciale non lontano da Tel Aviv, dove mi trovo. Propongo un articolo al giornale per cui ero partita e salto su un taxi. Le transenne iniziano molto prima di arrivare all’angolo dove un ragazzo si è fatto esplodere. Con l’attentatore è morto anche il giovane che faceva la guardia, ha bloccato il kamikaze bloccandolo all’ingresso ed evitando una strage. L’angolo di quel centro commerciale è sventrato. Fili, calcinacci, vetri. C’è odore di bruciato, sembra pollo bruciato. Ci sono piccoli sacchi neri ordinati, per terra, ognuno con una scritta diversa. Non so leggere l’ebraico. Chiedo a un ragazzo cosa ci sia scritto  su uno, mi dice: “Piede sinistro”. Israele è lì che combatte, unica democrazia in Medio Oriente. E’ lì che combatte anche per noi, con tutti i suoi piedi sinistri.

di Diana Zuncheddu

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