La corrispondenza tra Giuseppe D’Avanzo e Marco Travaglio registra oggi una nuova puntata con un ispiratissimo giornalista di Repubblica che sulle pagine del quotidiano romano ha scomunicato Travaglio. Con un colpo di classe (o un colpo basso?) il collaboratore dell’Unità e della Repubblica di Torino, dopo essere stato definito da D’Avanzo, ieri, manipolatore di lettori “inconsapevoli” e giornalista che “bluffa”, risponde proprio su Repubblica spiegando che le “chiacchiere stanno a zero”. Travaglio ricorda che a proposito del caso Schifani lui si è “limitato a rammentare un fatto vero” e che, seppur riguardo ai quei “fatti” ci siano “rapporti di nessuna rilevanza penale”, dall’altra parte questi sono fatti di “grande rilievo politico-morale”. Certo, per chi puntigliosamente come Travaglio racconta solo “fatti”, l’espediente linguistico del “grande rilievo politico-morale” è un po’ curioso. Essere costretti a definire un fatto di “grande rilievo politico-morale” senza limitarsi a raccontare solo i fatti, nasconde questa piccola contraddizione di fondo: se i “fatti” necessitano di commento, significa che i fatti raccontati non sono così evidenti per dimostrare qualcosa. Pensandoci bene, quelle parole non sono poi così diverse da quelle già utilizzate da Travaglio e da Gomez nel libro “Se li conosci li eviti”. I due giornalisti, a questo proposito, avevano già anticipato il nuovo approccio alla cronaca giudiziaria del travaglismo spiegando, nelle prima pagine del loro volume, che il discrimine per valutare l’attività politica di un politico non si limita più “al criterio dei precedenti e delle pendenze penali”. Siamo “convinti – scrivono i giornalisti – che non basti essere incensurati per fare politica” e per questo “abbiamo scovato i nemici della legalità”. E’ anche per questo che nel vocabolario travagliesco i fatti non sono solo fatti ma sono anche “moralmente disdicevoli”. Non importa se sono reati, sono comunque disdicevoli. Così, rispondendo a Travaglio, D’Avanzo dice invece che “non sempre i fatti sono la verità”. E a questo proposito ricorda un episodio dell’8 agosto del 2002, quando Travaglio avrebbe passato le sue vacanze con Giuseppe Ciuro (detto Pippo) dormendo in un residence pagato da Michele Aiello. D’Avanzo spiega che Aiello è lo stesso Aiello che verrà poi condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso e che Ciuro è lo stesso sottufficiale di polizia condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e per aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Il parallelismo è notevole. Perché, da un lato c’è Travaglio che in tv ricorda i rapporti di Schifani con persone poi condannate per mafia. Dall’altra, invece, c’è D’Avanzo che ricorda i rapporti di Travaglio con persone poi condannate per mafia. “Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice?”, si chiede D’Avanzo che incalza Travaglio puntandogli contro lo stesso meccanismo con cui il corsivista dell’Unità costruisce nei suoi libri e nei suoi interventi il parametro di giudizio per identificare cosa è vero, cosa è falso, cosa è giusto e cosa è sbagliato. “Un fatto ci indica sempre una verità?”, si chiede D’Avanzo. No, naturalmente: Travaglio non è un mafioso per il semplice fatto che ha frequentato persone che sarebbero state condannate per mafia e le parole contenute in un brogliaccio di polizia, come Travaglio ovviamente sa, sono il resoconto di un fatto, non “la verità da scagliare contro qualcuno". E chissà che Travaglio non abbia capito che il giochino non piace più a nessuno (e comunque non a D’Avanzo).
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