Non ci sono neanche più le lacrime a Clintonlandia. Barack Obama sta tirando una gloriosa volata, e ha ancora parecchio fiato. Hillary no, Hillary fatica a respirare. S’attacca alla speranza di Texas e Ohio, ma anche lì il suo vantaggio sta evaporando ogni ora che passa. Sono tutti nervosi, lei è tesa da far paura, si sforza di sorridere, ma non ci crede più tanto. La sua grande occasione sembra andata, finita, collassata sotto i colpi di quel giovinetto bello e sorridente che fa svenire le ragazzine e pensa di essere dio. Non se l’aspettava nessuno, e ora è tutto così difficile. Perché le carte sono state giocate per il Super Tuesday – anche quella bruttissima della razza – e resta soltanto il primo, unico, originale asset: la competenza. Che non sarebbe neanche un asset da poco se Obama non fosse riuscito nell’impresa di far innamorare l’America a tal punto da rendere secondaria la sua inesperienza (che peraltro adesso ha tutto il tempo di colmare, i suoi esperti sono già al lavoro). Ma con tutti quei vip che ostentano spille, adesivi, patacche con scritto “Vota Obama”, Hillary si ritrova drammaticamente senza argomenti. Prova a colpire sotto la cintura, ma non le riesce granché e comunque non le conviene. L’unico modo per rimanere a galla è non diventare cattiva, molti le consigliano di non giocarsi con la rabbia della sconfitta l’occasione di resistere a questo terribile 2008. Questa sera c’è il dibattito in Texas, e già si capirà quale strategia la signora Clinton ha deciso di adottare: o la va o la spacca o, più cautamente, preparare un futuro a partire da novembre.
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