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Dal Kosovo all’Armenia passando per il Nagorno Kerabakh

Serz Sarkisian ha vinto le elezioni presidenziali in Armenia, la piccola Repubblica cristiana nel cuore del Caucaso. Sarkisian, 53 anni, lascia la guida del governo e succede a Robert Kocharyan, l’alleato che siede al 26 della strada Baghramian dal 1998. Secondo i risultati parziali ha conquistato il 52 per cento dei voti, evitando il pericolo del ballottaggio. E’ il secondo successo elettorale in pochi mesi, a maggio il suo Partito repubblicano ha monopolizzato le consultazioni politiche. Il principale rivale, Levon Ter Petrossian, si è fermato al 22 per cento: i suoi sostenitori sono già in strada per denunciare brogli e irregolarità. Ma non ci sarà una rivolta arancione. Sia Sarkisian sia Ter Petrossian sono filorussi e vogliono che Yerevan mantenga saldi i rapporti con Mosca. Durante la campagna elettorale il Cremlino non ha espresso aperto sostegno ad alcuno, com’è invece avvenuto in altri paesi del vecchio blocco sovietico. Sarksian, come Kocharyan, è nato e cresciuto in Nagorno Kerabakh, l’enclave armena in territorio azero che le due Repubbliche si contendono da quindici anni. Insieme, rappresentano il vertice di quella che viene chiamata “lobby del Kerabakh”, un gruppo d’influenza politica ed economia che, di fatto, governa il territorio autonomo. Lo status del Kerabakh sarà uno dei punti fermi di Sarkisian, soprattutto ora che il Kosovo ha ottenuto l’indipendenza dalla Serbia. L’armenia ne chiede il riconoscimento internazionale, l’Azerbaigian è pronto allo scontro armato per impedirlo. La guerra per il controllo della regione è scoppiata all’inizio degli anni Novanta, quando a Yerevan il presidente era Ter Petrossian. Gli scontri hanno fatto ventimila morti e quasi un milione di sfollati. Oggi non ci sono accordi di pace né missioni internazionali e l’aria puzza ancora di polvere da sparo. Secondo le autorità dell’Azerbaigian, il Kerabakh potrebbe diventare il rifugio dei guerriglieri curdi del Pkk, in fuga dalle alture fra Turchia e Iraq. A pochi chilometri dal territorio autonomo passano i tubi dell’oleodotto Btc, che collega l’Azerbaigian alla Turchia attraverso la Georgia. Le conseguenze della guerra sono state gravi soprattutto per l’Armenia, che vive uno stato di completo isolamento: chiuse le frontiere con l’Azerbaigian e la Turchia, difficili i rapporti con la Georgia. Gli Stati Uniti hanno sempre mostrato particolare sensibilità per le vicende del popolo armeno, a partire dal genocidio degli anni Venti. Ma il vero alleato è la Russia: Mosca è il principale partner economico del paese, alle compagnie del Cremlino appartengono le ferrovie e le centrali energetiche armene. La Russia non ha altri alleati nel Caucaso, si può fidare soltanto di Yerevan. Poco importa che il presidente si chiami Serz o Levon.

di Luigi De Biase

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