Il senso della vita di Charlie Gard

Il tribunale rivede il caso, che è ormai diventato soprattutto simbolico

In nome della legge: Isacco, Charlie Gard e gli affanni della modernità

"Esaminerò il caso giovedì di questa settimana e potrei essere in grado di risolverlo. Oppure no”. Le parole pronunciate ieri da Nicholas Francis, il giudice che ha seguito il caso di Charlie Gard, dicono molto sulla difficoltà di prendere una decisione sulla vicenda del bambino affetto da una grave malattia rara che i genitori vorrebbero sottoporre a una cura sperimentale negli Stati Uniti. Già più volte i giudici inglesi hanno preso posizione, ogni volta con sfumature diverse, dando però sempre ragione all’ospedale che ha in cura il piccolo Charlie: i medici sostengono che la sua situazione sia ormai compromessa, e che qualunque tentativo di cura – anche quella sperimentale – lo farebbe soffrire di più. Pur avendolo seguito e tenuto in vita per oltre sette mesi, i medici del Great Ormond Street Hospital propongono ormai di interrompere gradualmente il supporto medico artificiale che lo tiene vivo.

 

Dopo le sentenze dei giudici inglesi si è espressa sulla stessa linea anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, e solo il grande clamore mediatico suscitato dal caso negli ultimi giorni ha permesso che l’esecuzione della sentenza non venisse affrettata. Appelli affinché ai genitori venisse data la possibilità di tentare ogni tipo di cura sono arrivati da persone comuni, diversi eurodeputati e molti politici, fino al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Le parole più significative sono arrivate da Papa Francesco, la cui presa di posizione ha mosso l’ospedale Bambino Gesù di Roma, disponibile a prendere Charlie in cura e sperimentare su di lui una nuova terapia. Nuove prove a favore di possibili cure arrivate dagli Stati Uniti hanno convinto i medici del Great Ormond Street Hospital ad appellarsi nuovamente ai giudici chiedendo loro di rivedere il caso. La decisione dovrebbe dunque arrivare questo giovedì, ma appare evidente come il caso sia diventato ormai anche e soprattutto simbolico: se infatti le evidenze mediche e scientifiche danno pochissime chance a Charlie di continuare a vivere – e come diceva Giancarlo Cesana al Foglio “si pone il problema dell’accanimento terapeutico” – il fatto che sia un tribunale a decidere che il bene di un bambino sia la sua morte, contro il volere dei genitori, apre uno scenario inquietante sui possibili interventi futuri del diritto in un campo così delicato. Come scriveva ieri il Wall Street Journal, se dovesse prevalere la decisione “finale” del tribunale inglese, non è difficile immaginare un altro giudice sentenziare che un bambino affetto da sindrome di Down non abbia la “giusta” qualità della vita. Fuori dal caso specifico e drammatico di Charlie Gard, una giustizia che decide al posto nostro che morire sia un bene non può che essere un male.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    11 Luglio 2017 - 08:08

    Capisco quel giudice, che si trova a dover applicare il principio del nessuno deve più morire, anche se si è mantenuti con mezzi artificiali in una sorta di limbo tra morte e vita. Capisco anche quei genitori e il loro egoistico diritto a pretendere che il figlio possa anche soffrire. Ma capisco anche che nelle democrazie di massa tutto si svolge secondo la regola del gioco della roulette.

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