Nuovi diritti. Perché possiamo sceglierci il genere ma non la razza?

Uno studio scientifico svela il paradosso (e viene attaccato)

Nuovi diritti. Perché possiamo sceglierci il genere ma non la razza?

Gay pride a Rio de Janeiro (foto LaPresse)

Nel gran trambusto dei cento giorni di Trump e dello spauracchio della guerra atomica, un nuovo dibattito infiamma la cittadella delle lettere americana rischiando, qui da noi, di passare sottotraccia. Professoressa di filosofia al Rhodes College di Memphis (Tennessee), Rebecca Tuvel è autrice di un saggio intitolato In Defence of Transaracialism, apparso pochi giorni sulla rivista di filosofia femminista Hypathia. Tuvel – che nel suo articolo si dice a favore della possibilità di chiedere e ottenere la riassegnazione dell’identità di genere – propone che siano trattate in maniera del tutto analoga le richieste di coloro che si dichiarano insoddisfatti della propria appartenenza etnica. Negli Stati Uniti il tema della identità razziale è da sempre molto acceso, complice un mai sopito razzismo che ha caratterizzato, con andamento carsico, l’intera storia del paese. Ha fatto scalpore un po’ di tempo fa la vicenda di Rachel Dolezal, docente di studi africani e figlia di genitori bianchi, che si autoidentifica come persona di colore e chiede di essere trattata come tale.

 

Comunque si vogliano valutare gli argomenti di Tuvel, essi sembrano rispondere alle norme di coerenza che la filosofia accademica dà a se stessa. Eppure Tuvel sembra aver messo il piede su una mina inesplosa. Poco dopo la pubblicazione del saggio, infatti, si è scatenata una intensa campagna volta a chiederne la ritrattazione. Un pubblico appello, firmato da centinaia di filosofi, è stato pubblicato chiedendo alla direzione di Hypathia di ritirare l’articolo, adducendo come ragioni il taglio “non scientifico” del saggio. Nell’appello si trova a fatica un argomento. Le accuse spaziando dal fatto di aver usato il nome di battesimo (Bruce) – invece che quello d’elezione – di un famoso transgender, Caitlyn Jenner, fino al rimprovero per non aver sufficientemente rappresentato nella sua discussione gli scritti delle autrici di colore.

 

Presa d’assalto, la redazione della rivista è corsa ai ripari pubblicando un comunicato – adottato a maggioranza – in cui accusa se stessa di non aver seguito correttamente il processo di revisione tra pari. Ora la reputazione di Tuvel, che non ha un contratto permanente, è altamente danneggiata, così come la sua carriera. Come ha sottolineato Brian Leiter di Chicago (che sul suo blog ha anche proposto una raccolta fondi per la tutela legale di Tuvel), il problema è che l’infuriata reazione di sdegno, con tanto di richiesta di ritrattazione, contro un articolo che ha passato i criteri della revisione tra pari sembra avere il chiaro sapore della vendetta politica piuttosto che di un dibattito accademico.

 

“Chi ha familiarità con la storia dei movimenti Marxisti del XX secolo – conclude Leiter – non faticherà a riconoscere quello che sta accadendo qui, e non è un bel vedere”. Quello di Tuvel è solo l’ultimo di una serie di recenti episodi nella comunità accademica delle humanities negli Stati Uniti, dove sembra che a contare, al posto del rigore della ricerca e dello scontro razionale fra gli argomenti, siano sempre più le prese di posizione politiche e le affiliazioni ideologiche.

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