Lazio, regione abortista

Zingaretti fa sperimentare la pillola Ru486 fuori dagli ospedali

Lazio, regione abortista

Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

In principio fu il bando riservato a medici abortisti dell’ospedale San Camillo di Roma. Un concorso riservato esclusivamente a ginecologi che, in caso di obiezione di coscienza, sarebbero subito licenziati. Il motivo? Garantire alle donne la libertà di abortire, così come previsto dalla legge 194. Ed è sempre con la stessa spiegazione che ora la regione Lazio si prepara a introdurre una nuova rivoluzione: consentire la somministrazione della pillola abortiva Ru486 nei consultori familiari, dunque anche al di fuori degli ospedali (è la prima Regione in Italia a farlo). La sperimentazione dovrebbe partire in estate e durare 18 mesi. L’obiettivo – spiegava a Repubblica il direttore del Dipartimento Salute e Politiche Sociali della regione, Vincenzo Panella – “è quello di rendere l’accesso alla legge 194 il meno gravoso possibile per le donne”. Ha già dichiarato battaglia Olimpia Tarzia, vicepresidente della commissione Cultura e presidente del Gruppo Lista Storace in Consiglio regionale del Lazio: “La fase sperimentale, che dovrebbe essere attivata nel prossimo mese di maggio, è del tutto illegittima, non potendo essere praticato l’aborto chimico nei consultori, ma solamente, oltre che negli ospedali, nei poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati. I consultori non possono essere assolutamente considerati poliambulatori pubblici. L’aborto farmacologico mediante somministra-zione della Ru486 necessita di maggiore assistenza rispetto all’aborto chirurgico non potendosi conoscere con esattezza il momento preciso dell’espulsione. Motivo per cui, anche per esigenze di salute e sicurezza per la donna, le linee di indirizzo del ministero della Salute stabiliscono che l’aborto farmacologico può essere effettuato solo in ricovero ordinario”.

La tragica favola dell’aborto facile

Sul caso della donna torinese di trentasette anni, madre di un bambino di quattro, morta giovedì dopo aver assunto la pillola abortiva Ru486, il dottor Guido Viale, il paladino radicale dell’aborto chimico, ha dichiarato con gran sicumera che non può essersi trattato che di semplice “fatalità”. Ma prima di quella morte, ne sono state contate nel mondo almeno altre quaranta legate alla kill pill. Quaranta giovani donne, a volte giovanissime, uccise dall’aborto fai da te: due pillole a distanza di pochi giorni l’una dall’altra e niente ricovero.

 

Il governatore Nicola Zingaretti vuole dunque che il Lazio guidi una “rivoluzione” abortista in Italia, con uno sguardo al resto del mondo, al solito retoricamente più evoluto. Viviamo in un’epoca postmoderna che ha da sempre un rapporto difficile con i concetti di realtà e verità: che il concepito sia un essere umano è una fake news da censurare con una pillola reperibile sempre più facilmente. Non c’è più “dramma” – l’argomento con cui ogni ragione pro life viene fatta cadere, accusando chi difende la vita di non capire l’irrimediabile complessità dentro storie individuali – con la scusa di facilitare le donne che vogliono abortire, si continua a vendere come libertà la possibilità di scaricare un bambino indesiderato e classificarlo tra i “rifiuti ospedalieri”.

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