Non giocare sul biotestamento

La lotta interna al Pd non faccia perdere di vista la posta in palio

Non si può negare la vita per legge

Nell’esame parlamentare della legge sul testamento biologico si va profilando una maggioranza nuova, costituita dal Pd e dall’estrema sinistra, compresi i recenti scissionisti, e il M5s. Balza agli occhi il totale disinteresse del Pd per le posizioni dei centristi della maggioranza di governo che, insieme a quasi tutto il centrodestra, chiedono di non classificare l’idratazione e la nutrizione come terapie, secondo il trucco escogitato da chi vuole superare i confini verso l’eutanasia. Il senso tattico di questa operazione si può leggere come una disponibilità futura al distacco dall’ala moderata della maggioranza. Se queste manovre sono comprensibili sul terreno della battaglia interna al Pd, è lecito domandarsi se la ricerca di qualche dubbio vantaggio nella battaglia interna al partito giustifichi la scelta di far morire di fame e di sete i pazienti colpiti da una malattia terminale. C’è una tradizione di rispetto umanitario per le sofferenze che spinge a evitare l’accanimento terapeutico in situazioni irrimediabili e questo spirito è largamente unitario. Su quella base si sarebbe potuto costruire una soluzione legislativa equilibrata. Si è scelto invece di trascurare un altro sentimento umanitario, quello che considera far morire di sete una persona una forma di intollerabile tortura. Anche questo sentimento umanitario fa parte della coscienza collettiva, non solo di quella di ispirazione cattolica, e umiliarlo è, oltre tutto, un errore politico. Renzi ha sostenuto al Lingotto che bisogna costruire una identità nazionale basata sulla cultura condivisa, ma se poi da questa espunge una componente rilevante solo perché pregiudica un modesto gioco politico, contraddice il suo assunto. Con una legge così squilibrata si perde la possibilità di far vivere un dialogo costruttivo tra modi di pensare diversi ma tutti animati da una preoccupazione per chi soffre.

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