Far pagare l’ingresso in chiesa come al museo significa che il Cattolicesimo ha fallito

Separare i fedeli dai turisti vuol dire rinunciare all’idea che qualcuno possa liberamente varcare una soglia attratto dall’arte e lì dentro trovare testimoniata la gloria di Dio, sotto forma di architettura o pittura o scultura

Far pagare l’ingresso in chiesa come al museo significa che il Cattolicesimo ha fallito

Turisti in fila a Firenze (foto LaPresse)

Non so come vi sentireste se andaste a pranzo da vostra madre e lei vi chiedesse di pagare il coperto. In compenso so come mi sono sentito cercando di entrare nelle chiese di Firenze, a margine della festa fogliante, e ricavandone soltanto file di turisti della domenica o strapuntini abborracciati per i fedeli, quei pittoreschi che volessero andare in casa di Dio a pregare ossia a sentirsi accolti. Si chiama ipocrisia questa quota gratuita con ingresso differenziato per i fedeli, quegli stravaganti, che vogliono continuare a utilizzare le chiese allo scopo per cui sono state costruite. Anzi, peggio. Nel momento in cui le chiese pretendono di trasformarsi in meri contenitori di opere d’arte e richiedono un biglietto d’ingresso agli ammiratori, significa che il Cattolicesimo ha abdicato al proprio compito: separando i fedeli dai turisti, ha rinunziato all’idea che qualcuno possa liberamente varcare una soglia attratto dall’arte o dall’ombra o dal riparo e lì dentro trovare testimoniata fisicamente la gloria di Dio, sotto forma di architettura o pittura o scultura. Far pagare l’ingresso in chiesa come al museo implica avere rinunziato a sperare che qualcuno possa essere convertito dalla bellezza; bellezza intesa non come causa ma come tramite della conversione, esattamente come la bellezza di una persona non è la causa dell’innamoramento ma il tramite attraverso cui si arriva a un sentimento più complesso e duraturo. Non so come vi sentireste se stasera la vostra fidanzata vi dicesse: “Da me puoi ottenere gratuitamente affetto e compagnia in determinate ore del giorno ma per godere della mia bellezza, caro mio, d’ora in poi si paga”.

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Commenti all'articolo

  • sabina.p

    24 Ottobre 2017 - 21:09

    Perfettamente d'accordo con Gurrado. Mi rifiuto di entrare in una Chiesa a pagamento. Entro in una Chiesa perché oltre all'arte lì si può trovare Dio. E Dio non si paga.

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  • Dario

    Dario

    24 Ottobre 2017 - 15:03

    Completo il mio ragionamento di prima. Mai come in questi tempi la bellezza è stata a disposizione delle moltitudini. Entrare a San Pietro o a San Marco, o a Notre Dame, comporta sobbarcarsi lunghissime code. Mai come oggi la bellezza avrebbe dovuto convertire le folle. Purtroppo la profezia di Dostoevskij non sembra si stia avverando, almeno per il momento. E questo proprio perché la fruizione è di massa: si entra in chiesa sgomitando tra folle che ci camminano come se facessero le vasche in centro, e in effetti la disposizione d'animo è spesso la medesima. Un bel selfie davanti alla Pietà, e via andare. Ben venga l'ingresso a pagamento, se questo è il risultato della bellezza democratica. E poi non serve imporre chissà che balzello: pochissimi sono già sufficienti a scoraggiare i centometristi della navata. Quanto ai nostri fratelli che per fede avrebbero tirato su le cattedrali a gloria di Dio, non sarei sicuro che avessero molta scelta.

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  • malta1565

    24 Ottobre 2017 - 11:11

    senza parlare dell'offesa che si fa ai nostri fratelli in cielo che - poverelli ma ricchi di fede - hanno costruito le cattedrali togliendosi il pane di bocca perchè fosse grande la gloria di Dio nei secoli a venire...ridotte a museo da prelati ipocredenti

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  • scaranodavide

    24 Ottobre 2017 - 11:11

    Che dire? Chapeau a Gurrado. Purtroppo in pochi se ne rendono conto. Bellezza, grandezza, gratuità non sono più di questo mondo nè di questa Chiesa.

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