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Due anni di interdizione per il Cav.

Perché per i giudici di Milano la legge Severino non va applicata al processo Mediaset

La motivazioni del collegio: "Da Berlusconi particolare intensità del dolo"

di Redazione | 29 Ottobre 2013 ore 13:44

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"L'imputato è stato ritenuto ideatore, organizzatore del sistema e fruitore dei vantaggi relativi". E' questo quel che si legge in uno dei passaggi delle motivazioni della Corte d'appello di Milano che ha ricalcolato in due anni l'interdizione dai pubblici uffici dell'ex premier e leader del Pdl, Silvio Berlusconi, imputato nel processo sui cosiddetti diritti tv. "L'oggettiva gravità del fatto deriva – si legge nelle motivazioni del collegio – dalla complessità del sistema creato anche per poter più facilmente occultare l'evasione, sistema operante in territorio mondiale, attraverso numerosi soggetti, società fittizie di proprietà di Berlusconi o di fatto facenti capo a Fininvest".
Per i giudici di Milano attraverso "un meccanismo di contrattazione secretata (creazione di contratti ''master'' e subcontratti); dalla durata del protrarsi dell'illecito sistema, ideato a partire dalla metà degli  anni '80, trasformato dal 1995 con la creazione tra l'altro della International Media Service, società maltese di fatto gestita dalla vecchia struttura di Finvest Service di Lugano, e sfruttato ancora ai fini della presentazione delle dichiarazioni dei redditi qui esaminate; dalla gravità del danno provocato all'Erario e quindi allo Stato, danno che solo per i due anni sopravvissuti alla prescrizione ammonta a 7 milioni e 300.000 euro".

LA PERSONALITA' DEL CAV. - Nelle motivazioni i giudici esaminano e valutano anche la "personalità dell'imputato" che costituisce uno dei criteri da tenere in considerazione per determinare l'entità dell'interdizione dai pubblici uffici. Sul punto, la Corte d'Appello di Milano sottolinea: "Sotto il profilo soggettivo va valutato che gli accertamenti contenuti nella sentenza della Corte d'Appello, divenuta definitiva ad eccezione del capo qui esaminato, dimostrano la particolare intensità del dolo dell'imputato nella commissione del reato contestato e perseveranza in esso".

In particolare la sentenza ha definitivamente accertato che "Berlusconi è stato l'ideatore ed organizzatore negli anni '80 della galassia di società estere, alcune delle quali occulte, collettrici  di fondi neri e – per quanto qui interessa – apparenti intermediarie nell'acquisto dei diritti televisivi; lo stesso Berlusconi ha continuato ad avvantaggiarsi del medesimo meccanismo anche dopo la  quotazione in borsa di Mediaset nel 1994, pur essendo state parzialmente modificate le società intermediarie, in particolare con la già citata costituzione di IMS, avvalendosi sempre della  collaborazione dei medesimi soggetti a lui molto vicini: Lorenzano e Bernasconi, quest'ultimo finché in vita; tant'è vero che in quel periodo Berlusconi aveva continuato a partecipare alle riunioni 'per  decidere le strategie del gruppo'".

RESPINTE LE ECCEZIONI DI INCOSTITUZIONALITA' - La legge Severino, così come il ricorso alla Corte dei Diritti dell'uomo, eccezioni di incostituzionalità sollevate dalla difesa di Silvio Berlusconi  nell'udienza sul ricalcolo dell'interdizione nell'ambito del processo sui diritti tv, "vanno respinte in quanto irrilevanti nel presente giudizio". Così nelle dieci pagine di motivazioni del collegio di Milano presieduto da Arturo Soprano.
In particolare, la prima questione di costituzionalità sollevata dai legali di Berlusconi "è, invero, fondata sull'erroneo presupposto che l'art. 13 della cosiddetta Legge Severino contenga un riordino globale della disciplina della interdizione temporanea dai Pubblici Uffici", si legge. Proseguono i giudici nelle motivazioni: "E' allora evidente che il legislatore, con la cd. legge Severino, non ha inteso sostituire – come sostenuto, invece, dalla  difesa di Berlusconi – la disciplina di durata delle pene accessorie  previste dal codice penale e dalla L. 74/2000, ma ha tenuto ben distinte le differenti discipline: da un lato, le pene accessorie penali che devono essere irrogate dall'Autorità Giudiziaria e, dall'altro, la sanzione di incandidabilità, discendente dalle sentenza di condanna, riservata all'Autorità Amministrativa". Parimenti infondata, per la Corte di Milano, è "la seconda questione di costituzionalità". 

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© FOGLIO QUOTIDIANO


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