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Una lettera di stile ecclesiale contro la menzogna di stato

di Giuliano Ferrara | 14 Febbraio 2014 ore 06:59

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Che cosa sta succedendo? Niente di importante. La chiesa ha duemila anni e passa, il Foglio appena diciotto. Non ci facciamo illusioni. Non siamo mosche cocchiere e nemmeno vogliamo mettere bastoncini tra le ruote a gente, il Papa tra i primi, che crede in quello che fa, che cerca una strada nell’opacità di un mondo scristianizzato, dove il narcisismo abbatte il senso di realtà e l’importanza della vita umana, in un dilagare di sterminio eugenetico per legge, dal concepimento alla fine del corso degli anni (vedi il pezzo di Riccardo De Benedetti su Pierre Legendre e quello di Giulio Meotti sull’eutanasia in Olanda, guardata ormai con terrore anche da chi l’ha inventata come macchina di libera morte).

Il nostro modo di procedere è modestamente veritativo. L’Onu prende a schiaffi il cristianesimo incarnato nella chiesa, il suo credo e le sue idee sulla vita umana che ancora un pezzo di mondo laico condivide? Bè, con la massima deferenza verso le autonome decisioni della Santa Sede, verso il suo linguaggio diplomatico, verso le sue priorità pastorali, noi scriviamo una rispettosa lettera a Francesco, uno a cui è bello dare del tu e che è bello chiamare padre, per dirgli che ci aspettiamo dai cristiani e dalla loro chiesa, che per alcuni dei molti firmatari è la “nostra chiesa” (“Wir sind Kirche”) una forte e significativa reazione. Non più di questo gli Scruton, i Besançon, i Giancarlo Cesana, i Giuliano Ferrara e un diluvio di altri hanno firmato. Qui non si fanno giochini. Non siamo organo di Vatileaks, disprezziamo il nostro mondo mondano quando si fa beffe della chiesa o sputtanandola e descrivendola a misura delle miserie del sistema mediatico o adulandola per ottenere una fede senza conseguenze sulla vita adulta, sulla cultura, sulla carità.

La sorpresa in quel che facciamo, con i modesti mezzi di un giornale di minoranza, è la vastità delle reazioni, lo zelo e il fervore e la cristallina chiarezza con cui in tanti ci offrono un anticipo, ma motivato, di simpatia, di fiducia e di buonumore nel combattere quella che considerano una buona battaglia. Non contro, ma per il Papa. Per vedere se nel suo magnifico stile personale, nel suo progetto di ritorno al cuore e al cuore della fede, nella sua predicazione di grande intensità biblica e misericordiosa, un tale monumentale gesuita del Cinquecento, che per grazia è divenuto signore dei cristiani di confessione cattolica, se in tutto questo c’è spazio per un’alleanza di ragione e fede non in nome di un astratto furore per i valori della tradizione, e men che meno per una deformazione etica della dottrina o della prassi cristiana; ma per una vigile attenzione alla deriva suicidaria dell’occidente.

E’ vero, di fronte alle molte cose che sono cambiate per famiglia, sesso, vita, identità culturale e civile, senso della realtà, la chiesa deve agire per una riconquista dell’interlocuzione con una vasta platea mondiale di fedeli e cittadini, di ex fedeli e uomini e donne, tutti ammutoliti dal politicamente e dall’ideologicamente corretto, e tutti incapaci ormai di riconoscere le virtù e la bellezza, che la coltivino o no nel proprio cuore, della fede come oggetto e come cultura, linguaggio, esperienza, storicità di un incontro con Cristo e con duemila anni di letteratura e vita cristiana. Ma il cardine della riconquista, stabilito che prima di tutto viene la fede in quello che per i cattolici è il Signore, non può non avere una relazione stretta e gioiosa non con l’astratta nozione di verità ma con la buona battaglia contro la menzogna di cattedra e di stato che, massime sulla vita, ci stanno propinando.

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