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Fascio e martello? Sì, no, forse

Rifondazione comunista versus rifondazione giustizialista

Scontro di linea nel Prc, non solo sul rapporto con il Pd. Vendola e Ferrero allo scontro finale

di Salvatore Merlo | 11 Luglio 2008 ore 17:35

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C’è una Rifondazione che macchia timidamente di rosso la piazza dei girotondi e c’è n’è un’altra che contesta il dipietrismo, che offre al Partito democratico l’immagine di una possibile nuova alleanza di centrosinistra. L’ex segretario del Prc, Franco Giordano, lo ha detto, per primo, al Foglio: “Io aborro il giustizialismo, l’opposizione a Berlusconi ha bisogno d’idee diverse che superino il mero antiberlusconismo”. Da una parte Nichi Vendola e l’idea di una “nuova più grande sinistra”, dall’altra quel Paolo Ferrero che martedì scorso, in maniche di camicia e non ammesso sul palco di Sabina Guzzanti, guidava le bandiere rosse in compagnia di Oliviero Diliberto (“mi sento più vicino a Di Pietro che a Veltroni, commentava quest’ultimo”). Due orizzonti inconciliabili, Vendola e Ferrero.

Se n’è accorto, da tempo per la verità, anche Massimo D’Alema. Per questo nella tela del dialogo, sempre più larga (tanto da lambire adesso anche il Cav.), l’ex regista della Bicamerale tiene dentro quella Rifondazione che gli appare più lucida, persino più moderna. Quella di Vendola che per altro – non sfugge più a nessuno – si appresta a vincere il congresso nazionale. E forse si cucina un’alleanza tutta nuova, ma senza il cemento del prodismo. Perché, a ben guardare, i cocci dell’Unione prodiana erano in piazza con Di Pietro (Ferrero, Diliberto, Parisi, Monaco). Mancava il nuovo centrosinistra in cerca d’autore, che si annusa, ma ancora non si prende.


Martedì si concludono i congressi locali
e si apre la vigilia del congresso nazionale. Vendola vince ma non stravince, moltissimi voti gli sono stati annullati e la mozione difficilmente supererà l’agognato 50 per cento che lo avrebbe reso padrone del campo. Il delfino di Fausto Bertinotti ha comunque più delegati di tutti e aprirà il congresso di Chianciano con una relazione introduttiva. Visto il risultato non travolgente delle consultazioni, non potrà che proporre agli avversari nel partito – come suggeriscono fonti a lui vicine – “una piattaforma di ricomposizione unitaria”. Non una cogestione (come vorrebbe Ferrero), ma una mano tesa al compromesso, difficilissimo, tra i due, divergenti, orizonti politici. Di certo Vendola non potrà arretrare troppo dal progetto – inviso a Ferrero – di un allargamento a sinistra e di dialogo con il Pd. Abbastanza forse da far temere l’ipotesi di una scissione, parola già maneggiata con circospezione nelle stanze del partito.

Le future alleanze sono parte decisiva del progetto politico dei duellanti di Rifondazione e D’Alema e Veltroni sembrano fare a gara nel dialogo con la sinistra. Lunedì Franco Giordano, che di Vendola non è solo un grande amico ma forse è il consigliere fidato e l’alleato più saldo, sarà ospite alla fondazione dalemiana ReD. Con lui e con l’Udc, D’Alema parlerà di modello tedesco. Lo sguardo è puntato sulle elezioni europee del 2009. Ci sarà una convergenza elettorale? “No – ripete spesso Giordano – Ma tutto cambia. I tempi della politica sono diventati ormai rapidissimi”. La cautela è d’obbligo, la fazione guidata da Ferrero accusa infatti con forza gli antagonisti vendoliani di essere al servizio borghese del Pd. Mentre i vendoliani si difendono spiegando che la rinascita della sinistra non si nasconde nella “marginalità politica”, ma nella capacità di costruire nuovi equilibri e alternative.


E’ con i dalemiani – anche se lo negano – che i ragazzi di Vendola si trovano meglio. Nichi, per esempio, ha incontrato Pier Luigi Bersani, mentre – pare – abbia rifiutato un tête-à-tête con Veltroni (recuperato a giugno, con una rapida chiacchierata a margine di un incontro pubblico sulla Resistenza). D’altra parte anche W. cerca la gauche, quella sinistra che non rappresenta – pensa il segretario del Pd – un ritorno al clima del giustizialismo tetro, ma che si offre come l’alleato capace di recuperare il consenso perduto senza tuttavia cedere alle sbracature della piazza girotondina. E per capire come la pensa Vendola basta leggere Liberazione, il quotidiano comunista che ha preso le distanze dai girotondi e mercoledì, per bocca del suo direttore Piero Sansonetti, chiedeva scusa al ministro Mara Carfagna, vittima d’insulti ingiustificabili. E’ la politica-politesse, il cui scettro è passato dalle mani di Bertinotti a quelle giovani di Vendola. Dunque Nichi al posto di Di Pietro, accanto al Pd. E’ un amicizia possibile? Sono in tanti a crederlo, ma in pochi a manifestarlo apertamente.

Di alleanze elettorali non vuole parlare nessuno, e benché Giordano spiegasse quanto dello spirito unionista può ancora essere recuperato, è sempre lui a dichiarare al Foglio che “il Pd deve prima decidere se assecondare, o contrastare, le politiche Confindustriali del governo”. Così pare riproporsi lo stesso conflitto che minò – in parte – il governo Prodi. Ma con una differenza sostanziale. Stavolta non ci si deve alleare per governare, ma per fare l’opposizione. E’ più facile. Veltroni (come D’Alema) chiede che si superino gli schemi dell’opposizione urlata. E la stessa immagine di Vendola, determinata ma riflessiva, politicamente dura ma dai tratti così bertinottianamente gentili, sembra fatta per esaudire i desideri del Pd. E poi in fondo: “Che sia D’Alema o Veltroni per noi è lo stesso – dicono fonti vicine a Giordano – in realtà non importa quale dei due. A noi importa solo che qualcuno superi il veltronismo, il bipartitismo autoritario che ha portato alla sconfitta della sinistra”. E a sentir parlare Walter Veltroni in questi ultimi giorni, sembra che il passo sia già stato fatto.
 

© FOGLIO QUOTIDIANO


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