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Oggi in piazza, presto al voto in Abruzzo e poi l’Europa

Il polo Di Pietro

Tutto il Tonino possibile: le defezioni del Pd, i tradimenti, i sondaggi, il Web, il paraleghismo manettaro. Così l’ex pm si sta trasformando da partito in coalizione

di Salvatore Merlo | 11 Ottobre 2008 ore 07:30

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Bluffa e rilancia ma poi, chissà come, riesce a ritirarsi sempre in tempo, appena un attimo prima d’essere scoperto. Rompe con l’alleato Veltroni ma poi rimedia subito, tanto da aderire alla manifestazione democratica del 25 ottobre; nel 2000 squassò l’Asinello in polemica con quello stesso Arturo Parisi al quale, per pizzicare Veltroni, oggi ricorda quella magica “esperienza tradita”(da Walter); infine con lo stesso spirito si affatica per far eleggere Leoluca Orlando alla commissione di Vigilanza ma apparentemente senza crederci troppo: forza la mano, osserva il Pd dilaniarsi e contorcersi, poi fa dire a qualcuno dei suoi che in realtà “un posto in cda sarebbe meglio”. E chissa come andrà a finire l’azzardo della candidatura solitaria del dipietrista Carlo Costantini, giustizialista dalla faccia candida, alle regionali abruzzesi del 30 novembre. C’è chi giura sia soltanto un’altra mano di poker: “Vediamo quanto si può strappare al Pd”. E’ così che vince Antonio Di Pietro, come un maestro del gioco d’azzardo: qualche buona carta e molto sangue freddo.

Adesso ha in mano un partito che dal nulla è arrivato al 4,4 per cento nazionale. In Molise (27 per cento) è più forte del Partito democratico (solo 17 per cento), mentre in Abruzzo alle ultime elezioni ha conquistato il 7,1 al Senato. Voti quasi raddoppiati stando agli ultimi sondaggi privati che – giura Ivan Rota, il responsabile organizzativo dell’Idv –“ci danno una forbice compresa tra il 12 e il 17”. Di Pietro avrebbe superato, anche in Abruzzo, il Pd. Sono numeri enormi, confermati – anche se un po’ al ribasso – dai democratici, che sembrano aver perso i centristi di Pier Ferdinando Casini e adesso, spinti dall’opposizione interna degli ulivisti, in Abruzzo hanno cercato di riavvicinarsi a un Di Pietro sicuro del fatto suo. Ché non ha nulla da perdere e molto da guadagnare. La regione travolta dalla tempesta giudiziaria ha ormai il suo cavaliere dell’apocalisse pronto a cavalcare “l’alternativa possibile” declamata a Vasto il 12 settembre scorso. E’ uno schema già replicato nel 2002 a fianco delle vittime del terremoto di San Giuliano di Puglia e più di recente con l’appoggio all’Agerif, l’associazione dei genitori di Rignano Flaminio, dove alcuni bambini – si credeva a marzo di quest’anno – sarebbero stati vittime di abusi sessuali commessi da tre maestre, il marito di una di loro, una bidella e un benzinaio cingalese.

Se c’è una grande emergenza ben raccontata dai quotidiani, ecco apparire Tonino. Ma stavolta ci sono delle novità. A Vasto, Di Pietro ha pronunciato un discorso che a tutti è suonato come il manifesto di un partito – questo sul serio – a vocazione maggioritaria. La questione morale, sì – ha spiegato l’ex pm – è la prima battaglia, ma poi anche pensiero economico, un’idea di sviluppo per il territorio, politiche sociali. E quasi, a sentirlo parlare, l’Idv non sembra più il partito mono issue che tutti conoscono. Di Pietro continua a pensare di essere uno di quei mistici del Seicento che credevano di immergersi nelle cose del mondo e nei pesanti piaceri della carne senza restarne insozzati perché l’esperienza di Dio, in questo caso del Codice, li proteggeva. Ma, a prenderlo sul serio, stavolta c’è di più.

Nella sua ultima apparizione a Matrix, l’ex pm ha ringraziato Enrico Mentana per “non avermi fatto parlare solo di giustizia”. Incredibile? No, perché l’Idv che inizia oggi la propria lunga campagna elettorale, con i gazebo anti lodo Alfano, sembra voler adeguare la propria esile struttura al successo elettorale, alla realtà pesante dei numeri: “Abbiamo una sede in ogni capoluogo e siamo in espansione”. Che la “cosa” arrangiata chiamata Idv stia diventando un partito vero, non casalingo, se non un Polo? Il Polo Di Pietro. Suonare suona. Chissà. Di sicuro il figlio di Tonino, Cristiano, è ancora consigliere in Molise, il cognato Gabriele è in Parlamento e la moglie Susanna è sempre il segretario dell’associazione fondatrice. Eppure, il progetto di costruire un feudo meridionale strutturato nella macro regione Abruzzo-Molise è un piano evidente, coltivato con intelligente costanza. La macchina organizzativa dell’Idv macina successi e lentamente – al sud – sta divorando le posizioni del Pd. Tre sindaci, due in provincia di Chieti e uno a Teramo, hanno lasciato la casa democratica per quella manettara, e nelle parole dei dirigenti le defezioni si fanno un fiume in piena: “Entro una settimana – dice il responsabile regionale Alfonso Mascitelli – annunceremo l’ingresso di un consigliere regionale del Pd. E’ solo l’inizio”.

Quando Di Pietro dichiara, strizzando l’occhio a Parisi e Flores, che “l’unione sono io” forse ha ragione. Sempre più amministratori locali passano nel suo partito, e l’Abruzzo democratico, che avverte la forse inevitabile vittoria del centrodestra, corre ai ripari lasciando la barca che affonda. Tuttavia l’accordo elettorale tra Idv e Rifondazione comunista va naufragando. Con il Prc di Paolo Ferrero Di Pietro condivide la battaglia per la questione morale, specie in Abruzzo, dove Rifondazione è comandata da Maurizio Acerbo e la simpatia dipietrista non è mai stata una novità. L’apparentemente scombicherata alleanza aveva già esordito nel 2006-2007 (“un’esperimento importante”, raccontano) alle elezioni amministrative del comune abruzzese di Montesilvano. Fu un disastro elettorale, l’incrocio tra una forza comunista e un partito non ideologico come l’Idv non piacque agli elettori. Per questo adesso la formula del laboratorio abruzzese, e forse anche quella delle più importanti elezioni europee, potrebbe essere una coalizione di tipo diverso. Un piccolo sistema tolemaico con Di Pietro e il suo simbolo al centro e gli astri minori del Prc e delle liste civiche a ruotargli intorno.

Ma ci sono dei problemi. Gli ultimi sondaggi commissionati dall’Idv indicano che l’elettorato dipietrista non ama Rifondazione: senza il Prc, paradossalmente, Di Pietro è il primo politico d’Abruzzo. Con Ferrero perde alcuni punti, determinanti, considerato che l’obiettivo inconfessabile non è vincere le elezioni ma superare in consensi e condizionare il Partito democratico (che intanto in Abruzzo perde pezzi). Mentre il Pd romano corteggia (inutilmente?) l’Udc, tra i democratici abruzzesi si prepara la fronda. Nella capitale Arturo Parisi blandisce Di Pietro per colpire Veltroni e annuncia la sua partecipazione alla manifestazione dipietrista di oggi, ma in Abruzzo succede anche di peggio. “Stiamo trattando con gli esponenti locali della corrente ulivista”, dice Mascitelli, il regista della lunga campagna elettorale che dal laboratorio abruzzese porterà l’Idv alle elezioni europee: ma solo dopo aver rafforzato la regione-feudo, aver stretto il legame con la sinistra moralista, con il “non partito” dei girotondi e con le liste civiche consacrate dal bollino di conformità garantito da Beppe Grillo. Se davvero i parisiani andassero con l’alleato-avversario di Veltroni, l’agguerrita minoranza ulivista, da corrente autonoma e strutturata, si farebbe partito. Prologo di quanto potrebbe accadere anche a Roma.

Così la regione che fu di Ottaviano Del Turco e la spinta creatrice che l’Idv ha impresso alla sua, finora, eterea struttura rappresentano forse la mutazione genetica della furbizia di Di Pietro, che era un Calandrino in Parlamento, lo scaltro del contado, e ora è diventato un acrobata agilissimo della manovra politica e istituzionale. Ma la politica per Di Pietro è come la città dell’azzardo, la Roulettenburg del giocatore dostoevskiano. Perché tutto è reversibile, fino all’ultimo momento, come una fiche lanciata sul piatto: basta che Veltroni vada “a vedere”. Tonino è pur sempre l’uomo che la mattina sale sul predellino, megafono alla mano, per eccitare gli animi degli scontenti lavoratori di Alitalia e poi, alla sera, dichiara ai giornalisti che “l’accordo è quasi chiuso e va bene”.

L’Italia dei Valori è un perfetto partito della Seconda Repubblica. Berlusconiano – nel senso di leaderistico – almeno quanto Forza Italia, e scarsamente democratico quanto la Lega nord di Umberto Bossi. Per capirlo basta parlare con i deputati dell’Idv, che vivono da replicanti del capo (quando fanno di testa loro, come Pino Pisicchio che voleva votare l’indulto, finiscono nel tritacarne). Non bastasse, si può dare uno sguardo allo statuto: all’articolo 2 si legge che “l’associazione Italia dei Valori – composta da Di Pietro, dalla moglie e dalla tesoriera Silvana Mura, nda – promuove la realizzazione di un partito nazionale”. Ecco. All’articolo 10 c’è scritto: “La presidenza nazionale del partito spetta al presidente dell’associazione”. E’ così che l’Idv celebra regolarmente dei congressi regionali nei quali vengono regolarmente eletti delegati che tuttavia regolarmente non vengono convocati al congresso nazionale per eleggere i quadri dirigenti. Il fatto è che da quanto esiste, l’Idv non ha mai tenuto un congresso nazionale, anche se, bisogna dire che, come sostiene l’ex amico di Di Pietro Elio Veltri, “anche se lo celebrasse e Tonino venisse sfiduciato, lui resterebbe in sella”. Per farlo fuori infatti, la di lui moglie e l’amica di una vita, Silvana Mura, dovrebbero sfiduciarlo dall’associazione.

Ma quanto pesa, secondo il canone classico delle tessere, l’Idv? Il numero preciso degli iscritti non lo ricorda neanche Rota, il capo dell’organizzazione nazionale: “Siamo qualche centinaio di migliaia di tessere – dice – Di sicuro 2500 in Sardegna, dove però siamo un po’ deboli”. E si capisce che l’Idv è il vero partito senza tessere (non solo senza congressi). Di Pietro si sveglia alle cinque del mattino per tuffarsi nel mare della blog-sfera, ci sono milioni di internauti che vagano nella rete in cerca di risposte e ai quali il leader si dedica senza risparmio. La leggenda vuole che ogni giorno risponda di proprio pugno a duemila e-mail. Quando il Cav. e Denis Verdini annunciano che il Pdl sarà un partito di blog, Internet e gazebo hanno una grande intuizione, ma Di Pietro – bisogna ammetterlo – l’ha capito prima. Il sito dell’Idv e il blog antoniodipietro.it fanno un milione di contatti al mese, è il più cliccato della politica italiana, ha i numeri di un vero opinion maker americano. A che servono le tessere quando si può parlare a tutti così facilmente?

Di Pietro affianca a una struttura di tipo classico, che si sta rafforzando, l’elasticità di Internet (strumento che lo collega rapidamente al mondo di Grillo, ma anche all’editoria simpatizzante di Luca Fazio e della sua Chiare Lettere). Ha una sezione in ogni provincia italiana, ma i soldi veri li spende per il Web: circa 800 mila euro l’anno. E chi è il genio organizzativo dell’universo Internet dipietrista? Gianroberto Casaleggio, lo stesso maestro internettiano – guarda un po’ – di Beppe Grillo. A Di Pietro, orfano dell’Unità di Antonio Padellaro, manca solo un vero giornale. Per questo non vede l’ora che l’editore di Marco Travaglio, Luca Fazio, che tra l’altro non avrebbe affatto bisogno di fondi pubblici vista la solida copertura economica di cui gode la sua casa editrice, gli faccia il favore di fondare un settimanale con i trasfughi dell’Unità e le prestigiose firme anticasta di Chiare Lettere. D’altra parte con i giornali di sua proprietà, l’ex pm, non ha avuto grande fortuna. Uno lo chiuse alla vigilia del primo Vaffa day di Beppe Grillo, per significare la propria rinuncia al finanziamento pubblico (abbandono che coincise con la fine del praticantato della figlia nella redazione del giornale, poi salvato – nemesi – da un imprenditore socialista portato in casa Di Pietro dall’ex senatore Idv Sergio De Gregorio).

Il Molise è la madre patria e l’Abruzzo è la colonia, terreno di coltura su cui radicarsi e far moltiplicare le cellule di nuove possibili alleanze per il futuro. Di Pietro ha dalla sua la sinistra così detta radicale (benché la maltratti), le liste civiche, i girotondini, gli ulivisti del Pd. Ma la forza dipietrista – in Umbria, Toscana e Marche non va altrettanto bene – è anche al nord, dove le elezioni amministrative per la Lombardia non sono forse così lontane e dove, dopo il successo elettorale di aprile, visto il 4,85 per cento conquistato a Milano, qualcuno già dichiarava: “Di Pietro correrà alla successione di Roberto Formigoni”. L’Italia dei Valori della Lombardia, che due anni fa aveva mandato a Roma solo due deputati, questa volta esprime due senatori e quattro onorevoli (tra gli altri Gabriele Cimadoro, ex Udc e cognato di Di Pietro). Voti raddoppiati, che rafforzano la già schierata truppa di trentotto assessori, quasi cento consiglieri comunali, due assessori provinciali, un sindaco e due vicesindaci. Un bacino elettorale che Di Pietro, questa volta, non contende al Pd, ma – strano ma vero – alla Lega.

L’Idv, in Lombardia, combatte la sua guerra di propaganda fondendo la logica giustizialista e anti casta all’idea leghista di “Roma ladrona”. Chiedere, per credere, all’onorevole Sergio Piffari, un bergamasco verace. A ridosso dell’emergenza munnezza e della crisi di Alitalia, il partito lumbard-dipietrista aveva tappezzato Milano con questo slogan: “300 milioni per Alitalia, 500 per il comune di Roma e 500 per la spazzatura in Campania”. E c’è “il Nord che paga”. Il tentativo, in parte riuscito visti i voti, è quello di conquistare, sull’onda dello slogan facile e gridato dei padani, i delusi di casa Bossi. “Da quando la Lega è al governo – dicono nell’Idv milanese – la base è scontenta. Il federalismo non è quello che volevano loro, la soluzione per Alitalia rischia di indebolire Malpensa e l’indotto lombardo”. Paraleghismo, dunque. Con qualche eccesso pedissequo tuttavia. Visto che, a luglio, lo slogan e l’immagine dipietrista contro gli sprechi pagati dal Nord erano copiati paro paro, caratteri cubitali e punti esclamativi compresi, da un cartellone leghista che rappresentava il nord come una grassa gallina dalle uova d’oro. “Solo una coincidenza”, dicono.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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