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Chi è il capo militare che oggi sarà a Roma. Il ritratto dal Foglio del 26 gennaio 2007

Con manuali e flessioni Petraeus è ora l’ultima chance per l’Iraq

Il generale americano studia nuove tattiche, ha l’ossessione della forma fisica e a Mosul ha inventato format tv

di Redazione | 09 Dicembre 2008 ore 10:57

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David Petraeus è ossessionato dalla forma fisica. Molti suoi paracadutisti, ragazzi che l’11 settembre erano ancora sui banchi del liceo, declinano gli inviti a unirsi alla sua corsa mattutina perché è troppo dura stargli al passo. Quando un Ranger ventenne ha chiesto al generale di 54 anni quante flessioni riuscisse a fare, lui ha offerto una gara sul posto, si è gettato a terra e ha vinto facendone 75 in un minuto. Prima della guerra ha portato a termine la prova dell’esercito sulle dieci miglia (poco più di sedici chilometri) in 63 minuti – un tempo ottimo anche per le reclute più in forma – anche se era appena guarito da una frattura del bacino. Corre la maratona. Fa 60 flessioni ogni giorno. C’è un motivo per fare tutto questo: “I leader devono eccellere nelle capacità base delle loro organizzazioni”.
“A volte, più ti sforzi di proteggere i soldati più metti a repentaglio la loro vita. Il vero successo della controinsurrezione è proteggere la popolazione, non la forza combattente. Se i reparti militari restano chiusi nelle caserme perdono il contatto con la gente, comincia a sembrare che siano spaventati e che stiano lasciando l’iniziativa in mano ai guerriglieri. Occorre fare pattugliamenti aggressivi per saturare la zona e imboscate contro gli avversari e allestire punti di osservazione e di ascolto. E’ necessario spartire il rischio con la popolazione e mantenere il contatto con loro” (dal manuale militare “Counterinsurgency” di David Petraeus).

Il prossimo generale a capo delle forze americane in Iraq – se il Senato confermerà la nomina di George W. Bush – giocava nella Little League di baseball, gli interminabili tornei per bambini dei fumetti di Charlie Brown. I compagni avevano difficoltà con quello strano dittongo nel nome. Lo chiamavano “Peaches”, pesche, che sta anche a significare “amorucci tra fidanzatini”. Petraeus era un bambino calmo, puntuale, diligente nel fare i compiti, sorridente. I maestri di Cornwell, vicino New York, dicono che era brillante, “ma erano in tanti a essere brillanti. Sua sorella, per esempio, era anche più brava. Non era lui che avremmo detto destinato al successo”. Oggi non riesce ad andare alle rimpatriate di classe perché è all’estero o in qualche base militare, ma manda sempre una lettera scritta di suo pugno. Figlio di due olandesi, suo padre era un capitano della marina mercantile scappato dall’Europa in mano ai nazisti. Nella foto dell’ultimo anno di liceo ha i capelli di un giallo quasi bianco con la riga leccata, la cravatta blu a righe, il sorriso tranquillo, i dentoni sporgenti. Nessuno vorrebbe essere giudicato dalle foto del liceo. Poi, nel luglio del 1970, Petraeus ottiene l’ingresso all’Accademia militare di West Point.

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Quando dà un passaggio in elicottero ai giornalisti discute con loro i successi, i punti deboli e la cronaca irachena con tranquillità. Intanto i piloti del Black Hawk scartano bruscamente per impedire a eventuali guerriglieri di prendere la mira, i mitraglieri si sporgono nel vuoto, dai portelloni aperti entra il vento caldissimo della pianura araba. Quando l’elicottero finalmente si posa tutti saltano a terra. Peaches ha un aspetto liscio e ordinato, i civili sono arruffati e disorientati. “Mi tengo in forma perché il mio lavoro richiede che io guidi la testa delle truppe, non che io stia ad arrancare in retroguardia”.
“E’ meglio che la nazione ospite faccia  qualcosa da sé anche passabilmente piuttosto che la facciamo noi perfettamente. Quando gli Stati Uniti appoggiano una nazione, il successo a lungo termine è arrivare a istituzioni che vanno avanti senza di noi. Lo riconobbe anche il generale Creighton Abrams con i vietnamiti nel 1971. ‘E’ chiaro che in alcune cose li stiamo aiutando troppo’” (dal manuale militare “Counterinsurgency” di David Petraeus).

Petraeus è entrato in guerra in Iraq nel 2003 al comando della leggendaria 101esima  Airborne, “Screaming eagles”. Il suo nome in codice: “Eagle six”. Quando è tornato a Mosul nel 2006 ha trovato una strada della città intitolata alla sua divisione. “Sono onorato. Sono certo che sono stati gli iracheni a farlo spontaneamente perché ci sono un paio di errori di ortografia”. A Mosul lui comandava uomini che sono entrati nel cuore degli americani e nella storia recente del paese. Primi ad arrivare in Normandia, la notte precedente l’invasione della Francia, per aprire la strada a tutti gli altri. “Salvate il soldato Ryan” e la serie tv “Band of brothers” sono ispirati alle loro gesta. Schierati nel 1957 a proteggere i primi studenti neri a Little Rock da chi voleva tenerli fuori dalle scuole pubbliche, per ordine diretto del presidente Eisenhower. Più di quattromila morti in Vietnam (e in Laos). Poi Somalia, Ruanda e, con Petraeus nei loro ranghi, Haiti e Bosnia. Perché, come disse il primo comandante, “Questa divisione ha un rendez-vous con il destino”. “Eagle six” non diverrà mai celebre come il paracadutista semplice della 101 congedato con onore James Marshall Hendrix, detto “Jimi”.

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Quando arriva a West Point, l’accademia più prestigiosa e selettiva del paese, l’America è nel mezzo del Vietnam. Ma quando ne esce ufficiale di fanteria, quattro anni dopo, la guerra è agli sgoccioli. Il punteggio lo mette nel migliore 5 per cento dei cadetti. I suoi critici fanno notare che non è mai stato in un combattimento vero fino a quando non è arrivato in Iraq. Pure qualche qualità deve averla, perché due mesi dopo l’uscita da West Point sposa Holly, la figlia del direttore dell’Accademia. Sono ancora sposati, hanno due figli ormai grandi. Dieci anni dopo West Point torna sui banchi. Va a Princeton, alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs, per un Ph.D in relazioni internazionali e scrive una tesi su “L’esercito americano e le lezioni del Vietnam”. Tiene anche corsi nelle accademie e nelle scuole ufficiali e alla Georgetown University. Il nuovo manuale sulla controinsurrezione adottato un paio di mesi fa dalle forze armate americane è suo. C’è una foto in toga cerimoniale. La moglie Holly sta al suo fianco con un vestito dello stesso colore turchese che hanno le decorazioni sulla toga di lui e un paio di spessi occhiali a goccia. E’ il 1987, ma questo non scusa tutto.

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Petraeus e i suoi paracadutisti nel 2003 avrebbero dovuto raggiungere subito Baghdad. Ma la situazione al nord non era ancora tranquilla. Così furono spediti a Mosul. Quasi due milioni di abitanti. Roccaforte del Baath. Vicino al confine con la Siria. Quello che è stato fatto a Mosul è diventato il caso scuola per tutti gli ufficiali americani per capire che cosa si deve fare oggi in l’Iraq. E’ diventato il modello eccellente di contrinsurrezione.
“Nella controguerriglia non esiste il ‘proiettile d’argento’. Anzi, più una tattica si rivela subito efficace, più veloci saranno i guerriglieri abili a renderla obsoleta, perché si sentiranno in grande pericolo. Dobbiamo evitare l’autocompiacimento ed essere come minimo altrettanto veloci dei nostri nemici a riadattarci” (dal manuale militare “Counterinsurgency” di David Petraeus).

Il generale ha fatto appendere in tutte le camerate dei propri parà un enorme poster. “Che cosa hai fatto oggi per conquistarti la fiducia degli iracheni?”. In Iraq gli abitanti sono convinti – qualcuno li convince – che gli occhiali da sole e i visori notturni degli americani consentono di vedere in trasparenza attraverso i vestiti. Questo è molto offensivo, soprattutto nei confronti delle donne. Il colonnello Ben Hodges, uno degli assistenti di Petraeus, ha invitato gli sceicchi del posto dentro la base. Ha fatto provare loro l’equipaggiamento, fino a quando non si sono convinti del contrario.
“Ogni mattina Petraeus entra in ufficio e chiede: ‘Che cosa è saltato in aria oggi?’” (Newsweek, 5 luglio 2004).

Un anno quasi senza perdite per i suoi. Nel resto del paese i soldati subiscono 90 attacchi al giorno, loro sono i primi a organizzare elezioni locali. Mosul ottiene acqua, luce, servizi. Il tasso di violenza è il più basso, simile a quello del paradiso curdo su a nord, che però è controllato dai peshmerga e non ha divisioni etniche o religiose. I suoi soldati distribuiscono volantini in cui spiegano che cosa stanno facendo e perché. Non buttano giù le porte, chiedono di uscire dalle case prima delle perquisizioni. Risarciscono ogni danno. Si incontrano regolarmente con gli imam. Rendono la città ostile ai terroristi. Infatti i guai per gli americani e per gli iracheni di Mosul cominciano l’anno dopo, quando la 101 di Petraeus è sostituita per normale avvicendamento da un’altra unità.

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“Non capivamo che cosa stesse succedendo, avevamo perso il contatto con un elicottero, sapevamo dove era caduto ma stavamo anche ricevendo un’altra segnalazione a poche centinaia di metri di distanza dal luogo dell’impatto. Le cose non quadravano. Eravamo raggelati. Cercavamo di ristabilire le comunicazioni. Con orrore ci siamo resi conto che gli elicotteri caduti erano due e che si erano scontrati in aria. La morte di un soldato per me, che ho il compito di riportarli tutti a casa, è come quella di un membro della mia famiglia. Quando muoiono in diciassette è un colpo durissimo”. Due giorni dopo i giornali scrivono che il generale alla cerimonia funebre “ha la faccia come la pietra”. I ranger si stringono attorno a lui.
“Non riesci a buttare giù dal cielo un elicottero con una granata a razzo. Di solito non succede. Quello c’è riuscito, e ne ha portati giù due con un colpo solo. E’ stato soltanto un tiro fortunato” (David Petraeus intervistato dal Princeton Alumni Weekly nel gennaio del 2004).

Petraeus dà ai suoi soldati l’autorità e anche i finanziamenti per cominciare lavori civili insieme con gli abitanti. Molti di questi lavori sono compiti essenziali, ma abbandonati dal governo locale. Così comincia la “politica à la 101”. A un recente discorso alla Georgetown University il generale cliccava sulle diapositive per mostrare i programmi creati dai suoi soldati. Operazione Easy Rider: hanno disegnato la linea bianca al centro delle strade. Operazione Pit Stop: hanno riparato le pompe di benzina. I soldati riparano le strade e aiutano anche nella raccolta dei rifiuti. “Hanno ricordato a tutti che la politica è una cosa locale”. I suoi colleghi si accorgono dell’ottimo lavoro che sta facendo. Al comando lo chiamano “il viceré del nord”, o “il sindaco di Mosul”. Se ne accorgono anche gli iracheni, che lo chiamano per nome, David. Oppure affettuosamente “Petraeus pasha”. O addirittura “King David”.
“In alcuni periodi abbiamo avuto circa cinquemila progetti civili da portare avanti contemporaneamente. Al mattino sentivo via radio tutti i comandanti, e in un’ora cercavamo di fare il punto su tutto. Noi lo chiamiamo ‘portare la mandria a Cheyenne’. Dobbiamo condurre la mandria a destinazione: ossia dobbiamo portare a conclusione tanti compiti singoli che però vanno tutti nella stessa direzione. Fino alla città di Cheyenne, come i cowboy nel vecchio West” (David Petraues intervistato dalla Pbs nel 2004).

Nel 1991 Petraeus è comandante di battaglione. A Fort Campbell, nel Kentucky, durante un’esercitazione con fuoco vero un parà inciampa e gli spara un colpo di fucile nel petto. Lo trasportano al centro medico dell’Università di Vanderbilt. Con un’operazione di cinque ore un giovane chirurgo gli salva la vita. Il medico è Bill Frist, che poi diverrà capo della maggioranza repubblicana al Senato. Sono ottimi amici anche oggi. Quando era a Mosul, e aveva bisogno di tutti i finanziamenti possibili, Petraeus telefonava a Frist per fare pressione. Nel 2000, durante un’altra esercitazione, il paracadute  del generale s’affloscia a venti metri da terra. Se la cava con il bacino fratturato. Entrambe le volte, dopo lo sparo nel petto e dopo la caduta rovinosa, lo staff medico attribuisce alla strepitosa forma fisica del generale la velocità con cui riesce a rimettersi.

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Quando arriva a Mosul Petraeus ha bisogno subito di soldi per ridare lo stipendio ai lavoratori pubblici. Trova alcuni fondi del regime di Saddam, ma non c’è più nessun governo per autorizzarne l’uso. Così firma una lettera-decreto – su carta intestata della sua divisione – per sbloccare i soldi e procedere ai pagamenti. Ma il generale ricorda, dai giorni di Princeton, che se non arrivano in città nuove merci e nuovi beni e il denaro ricomincia a scorrere in abbondanza il risultato sarà un’inflazione locale disastrosa. Così riapre al traffico commerciale la vicina frontiera con la Siria. Quando si tratta di nation-building, non è mai a corto di idee. Arriva persino a lanciare un programma tv tipo “American Idol” per gli iracheni, che avrà abbastanza successo da continuare la stagione seguente. Con Sadi Othman, il suo interprete iracheno preferito (un taxista di New York che è ancora con lui), ospita un programma radio con chiamate degli ascoltatori di Mosul. Spreme senza misericordia il Cerp – il programma americano che permette ai comandanti di spendere a loro discrezione fondi per finanziare i progetti di ricostruzione – assieme al fido contabile che lui chiama Miss Moneypenny, come la segretaria di James Bond. Le volte in cui il Cerp non risponde, tocca all’amico Frist chiedere al Pentagono altri finanziamenti. “Questo tipo – dice il generale Paul Eaton, che lo conosce bene – ha una capacità di passare attraverso ogni tipo di burocrazia che hanno in pochi. Non si rassegna alla natura insormontabile di un muro. O ci passa sopra, o di lato o attraverso”.
“Money is ammunition. I soldi sono munizioni” (David Petraeus riportato dal Monde, 23 gennaio 2007).

Il libro di Daniele Raineri sul caso Petraeus

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