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Da che parte va la riforma della Giustizia

Mancino e Schifani chiedono di abbassare i toni

di Salvatore Merlo | 24 Novembre 2009 ore 17:02

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Nonostante il clima nervoso, alimentato dai movimenti della procura di Palermo e da un eccesso di zelo moralista da parte di alcuni fedelissimi di Gianfranco Fini come Fabio Granata, gli uomini di Silvio Berlusconi stanno rispettando una tabella di marcia a tappe forzate sulla giustizia. Oggi il disegno di legge sul processo breve sarà depositato in Senato e giovedì l’ufficio di presidenza del Pdl dovrebbe ratificare quegli aggiustamenti alla norma che ne garantiscano la piena costituzionalità. Il Cav. a questo proposito ha chiesto la consulenza di un inedito gruppo di esperti costituzionalisti, non impegnati in politica, che ha affiancato negli ultimi giorni Niccolò Ghedini.

D’altra parte, nonostante le richieste di Pd e Udc e nonostante il testo non convinca del tutto neanche berlusconiani ortodossi come Gaetano Pecorella, il Pdl non sembra indietreggiare di un passo e considera ancora prioritaria l’approvazione della legge che fissa in sei anni il limite massimo di durata per i processi. Luciano Violante la definisce “irragionevole”? Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ne chiede il ritiro come condizione per il dialogo? Pier Ferdinando Casini la considera “una porcheria”? Poco importa. “Intanto la approviamo entro Natale e poi si vede”, dice un dirigente del partito del Cav.

Nel Pdl fanno notare come il testo sul processo breve non impedisca a nessuno di procedere, come suggerito domenica scorsa da Casini, presentando in Parlamento anche una legge ponte che, previo  l’impegno a incardinare una riforma della giustizia che comprenda anche il lodo Alfano, abbia l’effetto di congelare i processi a carico di Berlusconi per il tempo necessario (circa dieci mesi) al completamento dell’iter bicamerale. Il cosiddetto “lodo Casini” pare goda anche dell’approvazione di Fini. Ma lo stretto entourage del premier non sembra disposto a mollare una strada già definita per una via non ancora chiara né sicura. L’ipotesi, semmai, è di percorrere entrambe le strade e l’ufficio di presidenza del Pdl, giovedì, si occuperà anche di questo. Come confermano fonti del partito al Foglio, l’ipotesi di collegare il lodo sulle immunità all’interno di una più ampia riforma dell’ordinamento giudiziario da approvare con la collaborazione del Pd non è affatto peregrina. Si tratta di una iniziativa che, almeno in prima battuta, il centrodestra dovrà assumere da solo. Come dice il ministro leghista Roberto Calderoli: “La vera faccia del Pd, come partito riformista e dunque interessato a fare le riforme, non si vedrà se non dopo le elezioni regionali”.

Da ieri sono riuniti a Roma i capi degli uffici giudiziari di tutta Italia
e tra le toghe, non soltanto quelle sindacalizzate, prevale un giudizio di stroncatura decisa nei confronti del processo breve. Il Csm ascolterà oggi i capi degli uffici giudiziari delle nove città più importanti ed è prevista una successiva conferenza stampa che inevitabilmente finirà con l’acuire la distanza tra il Pd e il centrodestra. A poco servirà, dunque, l’impegno richiesto da Fini al ministro dell’Economia Giulio Tremonti e reso pubblico ieri dal Guardasigilli Alfano: “Nuovi fondi in Finanziaria per la giustizia”.

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