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L’ascia del vescovo pellerossa

Charles J. Chaput contro Notre Dame e l’illustre cardinale sedotto dall’abortista Obama

di Redazione | 06 Ottobre 2009 ore 12:11

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L’arcivescovo di Denver Charles J. Chaput non è uno che la manda a dire. Sessantacinque anni, nato in Kansas, membro della tribù pellerossa “Prairie Band Potawat”, francescano dell’ordine dei cappuccini, è tra i vescovi americani uno dei più strenui difensori della morale della chiesa in campo pubblico. Una difesa esercitata attraverso interventi forti e incuranti delle critiche che sollevano. Ne è un esempio l’ultimo suo libro, un lavoro che già dal titolo dice molto: “Render Unto Caesar. Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life”. E’ giusto dare a Cesare quel che gli spetta. Ma si serve la nazione vivendo la propria fede cattolica nella vita politica. Chaput si muove contro la corrente culturale che prevale nei media, nelle università, tra gli attivisti politici: quella che vorrebbe espellere la fede dalla scena pubblica. E l’articolo riportato qui sotto ne è un esempio. Si tratta di una risposta a un intervento che lo scorso 10 luglio, il giorno in cui Obama veniva ricevuto in Vaticano dal Papa, scrisse sulla rivista cattolica “30Giorni” il pro-teologo emerito della casa pontificia, il cardinale domenicano francese Georges Cottier. Questi, a sorpresa, parlò in termini entusiastici dei discorsi tenuti da Obama all’Università di Notre Dame e all’Università di al-Azhar, al Cairo. Sulle colonne di una delle riviste più lette tra i diplomatici d’Oltretevere – si ritiene ne rifletta appieno le politiche realiste –, Cottier trovò la visione di Obama consonante con quella cattolica, a cominciare dalla consapevolezza del peccato originale. Non solo: il porporato riconobbe a Obama intendimenti buoni e costruttivi anche sul terreno minato dell’aborto. Della cosa ne parlò anche il vaticanista Sandro Magister sul suo blog: chiesa.espresso.repubblica.it

Una grande forza della chiesa sta nella sua prospettiva globale. Sotto questo aspetto, il recente saggio pubblicato dal cardinale Georges Cottier sul presidente Barack Obama (“Politics, morality and original sin”) ha dato un autorevole contributo al dibattito cattolico sul nuovo presidente americano. La nostra fede ci unisce attraverso i confini. Ciò che accade in una nazione può avere un importante impatto su molte altre. E’ giusto e opportuno che si ponga attenzione all’opinione mondiale sui leader americani.
Tuttavia, il mondo non vive e non vota negli Stati Uniti. Gli americani invece sì. Le realtà pastorali di ciascun paese sono conosciute soprattutto dai vescovi locali a diretto contatto con la popolazione. Così, sull’argomento dei leader americani, le riflessioni di un vescovo americano possono certamente avere un significativo interesse. Possono approfondire il positivo giudizio del cardinale offrendo una prospettiva diversa.
Si noti che qui io parlo soltanto a titolo personale. Non parlo a nome dei vescovi statunitensi intesi come organismo, né in nome di qualsiasi altro vescovo. E non intendo nemmeno riferirmi al discorso del presidente Obama sul mondo islamico, che il cardinale Cottier menziona nel suo saggio. Per questo sarebbe necessario un altro articolo.

Mi concentrerò invece sul discorso pronunciato dal presidente all’Università di Notre Dame in occasione della cerimonia di consegna delle lauree, e sulle osservazioni del cardinale Cottier a questo proposito. Questa scelta è dettata da due motivi.
Primo, i membri della mia diocesi appartengono alla comunità di Notre Dame come studenti, laureati e genitori. Ogni cardinale ha un ruolo decisivo nella fede delle persone affidate alle sue cure, e Notre Dame è sempre stata ben più che una semplice università cattolica. E’ un simbolo dell’esperienza cattolica americana. Secondo, quando il vescovo locale di Notre Dame si dichiara in disaccordo con un determinato oratore, e circa altri ottanta vescovi e trecentomila laici sostengono apertamente la sua posizione, ogni persona ragionevole deve dedurne che esiste un problema concreto relativamente a quell’oratore, o almeno al suo specifico discorso. Una persona ragionevole può inoltre ritenere opportuno riferirsi al giudizio dei pastori cattolici più direttamente coinvolti nella vicenda. Sfortunatamente, e inconsapevolmente, il saggio del cardinale Cottier sottovaluta la gravità di quanto è accaduto a Notre Dame. E, corrispondentemente, sopravvaluta la consonanza del pensiero di Obama con la dottrina cattolica.

Ci sono diversi punti importanti da sottolineare. Primo, il disaccordo sul suo intervento all’Università di Notre Dame non ha nulla a che fare con la questione se Obama sia un uomo buono o cattivo. E’ senza dubbio un uomo con grandi doti. Possiede un ottimo istinto morale e politico, e mostra un’ammirevole devozione alla propria famiglia. Queste sono cose che contano. Ma, sfortunatamente, contano anche queste: la posizione del presidente su decisive questioni bioetiche, come l’aborto, è radicalmente diversa da quella cattolica. E’ proprio per questo che Obama ha potuto contare per molti anni sull’appoggio di potenti organizzazioni per il “diritto all’aborto”. Si parla molto, in alcune cerchie religiose, della simpatia del presidente per la dottrina sociale cattolica. Ma la difesa del feto è un’esigenza di giustizia sociale. Non esiste alcuna “giustizia sociale” se i membri più giovani e indifesi della nostra specie possono essere legalmente uccisi. I programmi per i poveri hanno certamente una straordinaria importanza, ma non possono rappresentare una giustificazione per questa fondamentale violazione dei diritti umani.

Secondo, in un altro momento e in altre circostanze, la controversia di Notre Dame avrebbe potuto facilmente svanire se l’università avesse semplicemente chiesto al presidente di fare una conferenza pubblica. Ma in un momento in cui i vescovi americani avevano già espresso una forte preoccupazione per le politiche abortiste della nuova Amministrazione, l’Università di Notre Dame ha fatto del discorso di Obama l’evento clou della cerimonia per la consegna degli attestati di laurea e gli ha pure consegnato un dottorato honoris causa in Legge – e questo nonostante le inquietanti posizioni del presidente a proposito della legge sull’aborto e altre questioni sociali ad essa connesse.
La vera causa delle preoccupazioni cattoliche sull’intervento di Obama a Notre Dame sta nella sua stessa posizione apertamente negativa circa il tema dell’aborto e altre questioni controverse. Con la sua iniziativa, l’Università di Notre Dame ha ignorato e violato le linee guida espresse dai vescovi americani nel documento “Catholics in Political Life”, pubblicato nel 2004. In questo documento, i vescovi invitavano le istituzioni cattoliche a non concedere onorificenze pubbliche a funzionari di governo in aperto dissenso con la dottrina della chiesa su questioni di primaria importanza. Così, l’aspro dibattito che la scorsa primavera ha lacerato gli ambienti cattolici americani a proposito dell’onorificenza rilasciata a Barack Obama dall’Università di Notre Dame non è stato affatto un fenomeno di schieramento politico. Riguardava invece questioni essenziali della fede cattolica, di identità e testimonianza religiosa, che il cardinale Cottier, non conoscendo direttamente il contesto americano, potrebbe avere frainteso.

Terzo, il cardinale nota giustamente un punto di contatto tra la tesi, frequentemente ribadita da Obama, della ricerca di un “terreno politico comune” e l’aspirazione cattolica al “bene comune”. Questi due obiettivi (la ricerca di un terreno politico comune e quella del bene comune) possono spesso coincidere. Ma non sono la stessa cosa. Possono essere molto diversi nella pratica. Le cosiddette politiche di “terreno comune” sull’aborto possono in realtà minare alla radice il bene comune perché implicano una falsa unità: stabiliscono una piattaforma di accordo pubblico troppo stretta e debole per sostenere il peso di un autentico consenso morale. Il bene comune non potrà mai essere favorito da chiunque tolleri l’uccisione dei più deboli, a cominciare dai bambini che devono ancora nascere.

Quarto, il cardinale Cottier ricorda giustamente ai propri lettori il rispetto reciproco e lo spirito collaborativo richiesto dal principio della cittadinanza in una democrazia pluralista. Ma il pluralismo non è un fine in se stesso. E non può essere in alcun modo una scusa per l’inazione. Come ha riconosciuto lo stesso Obama nel suo discorso all’Università di Notre Dame, la vita e la solidità della democrazia dipendono dalla convinzione con cui la gente è pronta a combattere per ciò in cui crede: in modo pacifico e legale, ma con vigore e senza equivoci. Sfortunatamente, il presidente ha anche aggiunto una curiosa osservazione, e precisamente che “la grande ironia della fede è che comporta necessariamente la presenza del dubbio… Ma questo dubbio non ci deve allontanare dalla nostra fede. Deve invece renderci più umili”. In un certo senso questo, ovviamente, è verissimo: su questo versante dell’eternità, il dubbio fa parte integrante della condizione umana. Ma il dubbio significa assenza di qualcosa; non è un valore positivo. Se trattiene i credenti dall’agire in base alle esigenze della fede, il dubbio diventa una fatale debolezza.

La consuetudine del dubbio si adatta fin troppo facilmente a una sorta di “scetticismo battezzato”: un cristianesimo limitato a una vaga lealtà tribale e a un conveniente vocabolario spirituale. Troppo spesso, nelle più recenti vicende americane, il pluralismo e il dubbio sono diventati un alibi per l’inerzia e il letargo politico e morale dei cattolici. Forse l’Europa è diversa. Ma mi sembra che l’attuale momento storico (che accomuna cattolici americani e europei) non abbia alcuna rassomiglianza con le circostanze sociali che dovettero affrontare gli antichi legislatori cristiani citati dal cardinale. Questi uomini avevano fede e avevano anche lo zelo necessario (temperato dalla pazienza e dall’intelligenza) per incarnare nella cultura il contenuto morale della loro fede. In altre parole, hanno costruito una civiltà plasmata dalla credenza cristiana.

Quello che sta accadendo oggi è una cosa completamente diversa. Il saggio del cardinale Cottier è un’autentica testimonianza della generosità del suo spirito. Sono rimasto colpito in particolare dalle sue lodi per l’“umile realismo” del presidente Obama. Mi auguro che abbia ragione. I cattolici americani vogliono che abbia ragione. L’umiltà e il realismo sono il terreno sul quale può crescere una politica fondata sul buon senso, modesta, a misura d’uomo e morale. Rimane da vedere se il presidente Obama sarà capace di realizzare una leadership di questo genere. Abbiamo il dovere di pregare per lui, nella speranza che non soltanto possa farlo ma che lo faccia veramente. (nella foto: 20 maggio 2005. L’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush insieme con Charles Chaput)

di Charles J. Chaput
(traduzione di Aldo Piccato)

English version - Leggi L'articolo di George Cottier su 30 Giorni - Leggi L'intervista del cardinale Francis George a Paolo Rodari - Leggi Né reato né diritto e L’America è diventata anti-abortista, e noi che facciamo? di Giuliano Ferrara

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