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Da qui al 2011

A Fini il patriottismo costituzionale non basta più. Ecco il suo progetto

Nascere italiani non sarà più necessario per essere cittadini italiani. La destra dei diritti si rifonda dall’immigrazione. Il ruolo delle fondazioni

di Salvatore Merlo | 17 Giugno 2009 ore 20:27

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La lunga marcia di Gianfranco Fini verso la conquista di una leadership, prima cultural-identitaria poi chissà, prosegue oggi alla Camera con un convegno solo apparentemente asettico dal titolo “Nazione, cittadinanza, Costituzione”. Sarà il presidente della Camera in persona ad aprire i lavori con un intervento attraverso il quale getterà i primi semi della sua teoria politica che passa, con cautela e rispetto visti anche i rapporti con Carlo Azeglio Ciampi, per il superamento del cosidetto patriottismo costituzionale.

L’idea che anima Fini – e che verrà lentamente diffusa ed elaborata nel corso di un anno e mezzo attraverso incontri, seminari, conferenze nelle scuole e nelle università – è di inglobare la prospettiva ciampiana, che pur ha rimesso al centro dell’etica pubblica l’unità nazionale, proponendo al paese un nuovo patto di cittadinanza basato su un’idea “dinamica” e antiretorica di nazione. E’ la base culturale della destra dei diritti, liberal nazionale, che il presidente della Camera insegue e vagheggia da tempo.

“La nazione come comunità di cittadini. Non è esclusivamente il passato ad unire un popolo – questa l’idea – ma è soprattutto la condivisione di un patto tra uomini e donne”. Per questo alla Camera è pronto un disegno di legge firmato dal finiano Fabio Granata sulla cittadinanza agli immigrati. Perché secondo l’idea che Fini ha mutuato dal filosofo francese Ernest Renan, la nazione è “l’anima e il principio spirituale di un popolo” e dunque per essere italiani non è necessario “nascere italiani” ma è sufficiente l’adesione al patto: la volontà di accettare le regole, la lingua, la storia e il progetto nazionale.

La riabilitazione della Prima Repubblica. Presentando ieri a Montecitorio il volume “Pirelli, racconti di lavoro. Uomini, macchine, idee”, Fini ha annunciato, utilizzando la metafora dell’Italia del boom economico, il messaggio politico che intende offrire in maniera sempre più pregnante all’opinione pubblica e all’establishment imprenditoriale. “Il mio auspicio – ha detto il presidente della Camera ricordando “il ruolo centrale” del fenomeno immigratorio sull’espansione economica degli anni ’50 – è che l’Italia odierna, di fronte alle nuove sfide, possa recuperare la spinta modernizzatrice, la coesione sociale e la passione ideale di quel grande decennio”. Non a caso il 2 luglio prossimo Fini terrà a battesimo la fondazione bipartisan “Italia decide” che di fronte al capo dello stato, dopo un anno di lavoro, presenterà un report dettagliato (preparato con i buoni auspici del grande capitale da Enel a Eni) sugli investimenti infrastrutturali e di modernizzazione “necessari e inderogabili”.

Una fondazione presieduta da Carlo Azeglio Ciampi, ideata da Luciano Violante e che annovera tra i propri soci fondatori Gianni Letta, Giulio Tremonti, Giuliano Amato e lo stesso Fini (attraverso il direttore scientifico di FareFuturo Alessandro Campi). Abbastanza da alimentare il gossip su trame, complotti e ambizioni quirinalizie. Ma forse soltanto espressione – per ora – di quel collateralismo dialogante che incarna la strategia identitaria perseguita da Gianfranco Fini. Strategia che passa sempre di più anche da un vivace impegno intorno alle questioni economiche: da qui l’intervento censoreo, nei giorni scorsi, sulle gabbie salariali proposte da Umberto Bossi.
Fini pensa che l’Italia moderna sia caratterizzata da fratture: tra nord e sud, genitori contrattualizzati e figli precari, italiani e immigrati. Asimmetrie che il presidente della Camera riconduce, in sostanza, al fallimento della Seconda Repubblica e che dal suo punto di vista possono essere ricomposte soltanto attraverso il recupero dello spirito nazionale, attraverso la responsabilizzazione dei gruppi dirigenti e il rilancio dell’ethos pubblico che – paradossalmente – “era più forte nei partiti della Prima Repubblica che nelle formazioni post ideologiche della seconda”.

Ed è per questo che Fini si è rivolto agli eredi culturali dei partiti della Prima Repubblica – la L’istituto Gramsci e lo Sturzo, la fondazione Lelio Basso e la Matteotti – per promuovere un progetto di lungo periodo (partecipa anche la dalemiana ItalianiEuropei) che attraverso incontri nelle scuole, nelle università e la diffusione delle carte contenute negli archivi delle fondazioni possa innescare il recupero delle radici repubblicane. “La rimozione chirurgica del passato – pensano i finiani – ha trascinato l’Italia nella politica violenta della delegittimazione dell’avversario”. Esiste una vera tabella di marcia finiana che ha il proprio traguardo simbolico nel 2011: 150° anno dell’Unità d’Italia. Progetti culturali e di lungo periodo, si diceva. Fatto salvo che la politica non proceda più rapidamente e Fini si trovi ben prima assalito dalle responsabilità del potere.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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