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“Il mio Pdl tremontiano-sociale”

Parla il sindaco Alemanno, capo della Destra sociale e aspirante regista del berlusconismo (costituzionalizzato)

di Salvatore Merlo | 19 Febbraio 2009 ore 13:00

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“Martedì, con Fini, eravamo immersi in una conversazione sul Pdl, la leadership del centrodestra e il nostro, personale, futuro politico. A un certo punto ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che stavamo pensando la stessa cosa. ‘Tu fai il presidente della Camera e io sono il sindaco di Roma, ho detto a Gianfranco. Siamo arrivati a un traguardo inimmaginabile solo pochi anni fa. Adesso dobbiamo pensare a fare bene, alla grande, il nostro mestiere’. Insomma, io credo che arrivati a tali vertici istituzionali l’impegno sia così gravoso che è necessario dire a se stessi: ‘Ecco, se ne esco vivo, forse solo allora potrò pensare a cosa fare dopo’”. E’ così che Gianni Alemanno, dirigente di An, tra i leader principali del futuro Pdl e attuale sindaco di Roma, risponde al Foglio che tentava d’immaginarlo in una possibile, futura, successione a Silvio Berlusconi. Alemanno parla a lungo e spiega il Pdl “secondo me”, secondo le linee “che cercherò di far pesare nella stesura della relazione finale del congresso fondativo”. Quello di un partito che non rischia l’implosione alla quale sembra andare incontro il Pd in questi giorni, dopo le dimissioni di Walter Veltroni, “perché la cultura politica di An e quella di FI – spiega il sindaco – si sono già amalgamate. Basti vedere l’affinità che sento tra me, Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi. Una comunanza d’idee e d’intenti persino più forte di quella che mi lega a certuni esponenti di An”.

Il Pdl di Alemanno dev’essere “un grande contenitore del centrodestra” che per crescere necessita, specifica il sindaco soppesando le parole, “non soltanto del carisma di Silvio Berlusconi” ma di una “costituzionalizzazione del berlusconismo”, ovvero “dell’impegno a superare una condizione borderline e sempre al limite con la rottura istituzionale. Perché – spiega – le grandi riforme, anche le modifiche costituzionali, si devono fare ma non necessariamente spingendo il sistema politico sull’orlo di una dicotomia, e di uno scontro, permanente”.

E’ questa la vocazione del partito unico del centrodestra, quella di “costituzionalizzare il berlusconismo” e sopravvivere così alla leadership del Cav. “Ma questo fenomeno potrà essere possibile – aggiunge Alemanno – solo con l’impegno e l’assunzione di responsabilità di una vera e propria classe dirigente. Oltre a Berlusconi e al numero due Fini, devono esserci decine di numeri tre pronti a lavorare”. E dunque in questo partito, per far sì che si segnali una classe dirigente selezionata secondo “un sistema meritocratico”, sono necessarie regole chiare, “forme di democrazia congressuale, primarie e gazebo”. Finora dirigenti e amministrartori li ha nominati tutti il Cav, come Ugo Cappellacci in Sardegna. “Va costruita una classe dirigente che abbia un legame con la gente. Berlusconi – dice Alemanno – può indovinare la nomina di uno, due, persino dieci amministratori ma non di tutti gli uomini chiamati a governare i territori”. Quella del Pdl è una scommessa cruciale, spiega il leader della Destra sociale: “Se questo governo è tendenzialmente più efficace di quello del 2001 lo si deve proprio al Pdl, alla nascita dei gruppi parlamentari unitari e all’abbandono delle logiche di coalizione. Adesso non capita più, se non in misura marginale con la Lega, che ci si maceri nell’interrogativo di cosa concedere ai diversi partiti che componevano la coalizione”.

Molti osservatori, tra i quali anche Angelo Panebianco, hanno sostenuto che la natura bipolare (o bipartitica) del sistema italiano dipenda dal successo, contemporaneo, dei progetti del Pd e del Pdl. Ovvero è stato detto che se uno dei due grandi contenitori esplode, allora anche l’altro si trova a rischio. Martedì, Veltroni si è dimesso e i democratici affrontano in questi giorni violente spinte centrifughe, non c’è il pericolo che s’infetti anche il Pdl? “Nel Pd c’è una debolezza strutturale che nel Pdl non si ravvisa: la loro è una fusione a freddo tra due anime alleate ma mai sommabili. In più la strada che ha scelto Veltroni per superare queste contraddizioni si è rivelata effimera perché plasmata su una sorta di imitazione del berlusconismo da sinistra. Nel nostro campo c’è maggiore coesione. Basta prendere come esempio il pensiero politico di Giulio Tremonti per comprendere che in un certo senso oggi An e FI sono in gran parte sovrapponibili. Noi siamo naturalmente pronti dal punto di vista culturale a unirci e penso a Tremonti ma anche a Sacconi, a Marcello Pera e a Roberto Formigoni. Tuttavia – aggiunge Alemanno –  l’implosione del Pd deve essere un monito: nel Pdl bisogna essere seri, attenti e rigorosi. Il Pdl ha la forza di Berlusconi, ma non deve dipendere solo da Berlusconi per il suo funzionamento”.

Mesi fa, Alessandro Campi, uno dei politologi più ascoltati da Fini, sosteneva che An avrebbe dovuto contribuire nel nuovo partito mettendoci massa critica, occupandosi della politica più politicienne mentre Berlusconi avrebbe dovuto completare l’amalgama col proprio insostituibile carisma. Eppure, nel frattempo, agli osservatori è parso consolidarsi tra An e FI un patto quasi notarile, che attribuisce un peso del 70 per cento al partito di Berlusconi e il 30 a quello di Fini. Si ha l’impressione che An (e il suo leader) non siano soddisfatti di questo accordo. E’ così? “Le percentuali possono servire in una fase di partenza, ma se diventano una costante nella vita del partito allora significa abdicare alla meritocrazia. E noi non possiamo pensare di sventolare la bandiera della meritocrazia in tutti gli ambiti sociali e poi non farla nostra nei meccanismi del Pdl. Sarebbe solo un’operazione di potere, altrimenti. Bisogna fare un grande investimento sulle regole che permettano al Pdl di diventare un partito efficiente dal punto di vista della democrazia e abbiamo il vantaggio di avere Berlusconi, che con il proprio carisma può fare da arbitro e nei momenti più difficili regolare gli attriti e tenere tutto insieme. E a tale proposito sarà molto importante il contributo di Fini. Se lui riesce a vivere in termini positivi questo processo di formazione politica, volando oltre le piccole polemiche e le tensioni che si sono manifestate negli ultimi tempi tra lui e Berlusconi sulla decretazione d’urgenza e poi nel merito del caso Englaro, allora è fatta. Fini, sinora, è riuscito benissimo a tirarsi fuori dalla rete di quelle fesserie scritte su di lui come successore o leader alternativo a Berlusconi. Discorsi puramente autolesionistici. Fini dovrà essere un ‘attivatore’ della politica, colui il quale è in grado di usare, e far pesare, l’esperienza e la memoria di una grande tradizione politica. Così facendo, il ruolo del presidente Fini sarà determinante”. Eppure, spesso, fino a oggi, la conflittualità tra lui e il Cav. è emersa pericolosamente e ha coinvolto persino la presidenza della Repubblica. Dice Alemanno: “Questa è in parte un’altra questione, che non riguarda solo Fini ma la cultura del centrodestra. Il rapporto tra questa forza politica, da quindici anni sulla scena, e le istituzioni. Il centrodestra sarà veramente grande quando riuscirà a conciliare la forte domanda di innovazione e rottura che viene dall’Italia profonda, con i meccanismi e i parametri delle istituzioni. Dopo quindici anni non possiamo ancora governare spingendo tutto, e sempre, al limite dello scontro”. Si riferisce al caso di Eluana Englaro e del decreto non firmato da Napolitano? “Sì anche se in quel caso specifico, devo dire, ero d’accordo con Berlusconi e la pensavo all’opposto di Fini. Il dramma della Englaro valeva lo stato d’eccezione, sebbene – conclude Alemanno – si sarebbero potute trovare altre formule per intervenire senza necessariamente trovarsi a sbattere contro le mura del Quirinale”.

Si tratta dunque di vincere una sfida culturale e di governo, di “costituzionalizzare il berlusconismo”. Ma in questo processo, quale può essere il ruolo di Gianni Alemanno, che oltre a essere sindaco di Roma è anche a capo di una corrente di An, ha un seguito giovanile, una fondazione e una rivista mensile. “Cercherò di portare una serie di idee al congresso fondativo del Pdl. Ci saranno alcuni aspetti, gli organi di partito per esempio, che saranno in qualche modo precodificati, necessariamente. Perché l’avvio di una dinamica veramente democratica deve passare da un periodo – che sia breve, però – di transizione. Ma ci sono dei segnali, dei messaggi che devono uscire chiari da questo congresso. Quali saranno le parole d’ordine? Quale l’estetica che ne verrà fuori? Per elaborare il documento di sintesi finale è necessario coinvolgere tutta la classe dirigente e quindi anche io ho il dovere di partecipare in maniera attiva, avendo anche un continuo rapporto con la base. E spero, anzi sono sicuro, di poter trovare contatti e convergenze significative non solo con i vecchi amici di An, ma anche con Tremonti, Sacconi, Formigoni e altri. Quella rappresentata da Sacconi è un’altra cultura che all’interno del Pdl sta emergendo in maniera chiara”.

Si nota una solida interlocuzione tra Alemanno, Tremonti, Sacconi. Viene da dire che esistano dei compagni di strada naturali dentro il Pdl e che quindi si possano mescolare le logiche di appartenenza in funzione della produzione di idee. Però c’è forse l’ostacolo del congresso di An, partito nel quale esiste un gruppo politico che fa capo  a Gasparri e ad altri (l’ex Destra protagonista filoberlusconiana), il quale ha la maggioranza nei congressi provinciali. C’è dunque il rischio che, alla vigilia della grande sintesi tra An e FI, la logica delle vecchie correnti e delle vecchie rendite di potere intervenga bloccando questo genere di iniziative? “Stiamo lavorando per evitare che le storiche divisioni di An pesino su questo passaggio. Si tratta di trasferire i contenuti peculiari della destra in maniera chiara all’interno del Pdl. Per far sì che la nostra cultura sia l’innesco, il catalizzatore, di un dibattito interno. Ma dobbiamo portare solo il meglio della tradizione. Non possiamo permetterci il lusso di portare nel Pdl le vecchie divisioni, peraltro spesso di carattere personalistico”. Meglio le primarie o il partito solido e con le tessere? “C’è la possibilità di una sintesi. Lo statuto del Pdl è basato su una doppia iscrizione, l’iscrizione attraverso i gazebo (elettorato attivo) e l’adesione con le tessere (elettorato passivo), questo mix potrebbe essere ottimo. Se non si riuscisse a intraprendere questa strada, va bene anche il partito vecchia maniera, che non è il massimo della vita ma almeno rappresenta un metodo sicuro di selezione. Di certo non si può rimanere nell’errore di Veltroni, cioè mummificarsi a metà del guado tra queste due diverse formule. Altrimenti manca il meccanismo che permette ai migliori di emergere”.

Dentro An molti hanno manifestato il timore di perdersi, di diventare semplicemente una più grande FI. E questa idea si è rafforzata, anche tra gli osservatori, dall’esempio del governo Berlusconi. Su alcuni temi, storicamente cari alla destra, come la sicurezza, sembra quasi che An abbia lasciato una delega alla Lega. C’è quasi l’impressione che il partito di Fini si sia fatto scavalcare da Bossi e Maroni sul proprio terreno. E’ così? “No, intanto perché se si ragiona in termini di partito unico non esiste più An distinta da quello che fa FI. Detto questo, è vero che se il Pdl si configurasse troppo in termini centristi lascerebbe uno spazio enorme alla Lega. Guai a sguarnire la destra. Il Pdl dev’essere bilanciato nell’arco di centrodestra e magari anche allargarsi, includendo quelli come Storace che hanno governato una regione e sono affidabili”.

Ma la Lega, sulla sicurezza, ha trovato delle formule che la identificano potentemente agli occhi dell’opinione pubblica. Una di queste parole è “ronda”. Che cosa pensa Alemanno delle ronde? “Dipende da cosa significa la parola ‘ronda’. Se vuol dire sostituire i cittadini a polizia e carabinieri allora mi fanno orrore e sono la cosa più sbagliata che si possa immaginare. Se al contrario – ma allora sarebbe meglio trovare un’altra espressione per identificarle – significa un impegno di cittadinanza attiva e collaborazione civile della gente con le forze dell’ordine, allora è una cosa buona”. A Roma, recentemente, ci sono stati casi di inaudita violenza. Alla brutalità tribale di alcuni sbandati, spesso extracomunitari o neocomunitari romeni, ha corrisposto una reazione tribale da parte della gente: ci sono stati tentativi di linciaggio. Che cosa succede nella Capitale? “Sulle periferie romane si gioca una grande partita. Se non riusciamo a dare la sensazione chiara di presenza delle istituzioni in quei quartieri, allora, tra le violenze degli sbandati, le difficoltà di integrazione e la reazione della gente, il rischio è quello delle banlieue parigine: l’esplosione delle periferie. E’ una partita di portata storica quella che ci troviamo a gestire”.

E dunque la cultura più propriamente della destra, comprese le issue della Sicurezza, nel Pdl non dovranno ammorbidirsi, sciogliersi nella melassa centrista. “Il Pdl deve essere un grande contenitore, non solo un partito di centro – spiega il sindaco Alemanno – – ma un partito di centrodestra dove il centro e la destra hanno lo stesso peso”. Anche con l’Udc di Pier Ferdinando Casini? “Certo. Ma se Casini immagina di ripristinare con noi un rapporto di coalizione si sbaglia. Sarebbe perdente, un disastro storico e la fine certa del Pdl. Se questo governo presieduto da Berlusconi sta funzionando meglio di quello del 2001 è proprio perché ci si è liberati dalle meccaniche della coalizione. Mi ricordo che quando si dovevano approvare le leggi finanziarie, la preoccupazione più forte era: ‘Cosa intestiamo a ogni singolo partito?’”.

Casini insomma potrebbe entrare nel Pdl e magari occupare un prestigioso ruolo istituzionale, internazionale. Il Foglio, con Lodovico Festa, lo ha immaginato presidente del Parlamento europeo. Che ne pensa il sindaco Alemanno? “Penso che sia un’ottima idea – dice – Casini può di certo aspirare a un posto di rilievo internazionale prestigiosissimo che gli permetta di essere sempre un punto di riferimento autorevole del centrodestra italiano. Non sarebbe mai un semplice quadro intermedio”.
Più volte in questa conversazione Alemanno ha fatto riferimento al ministro del Tesoro Tremonti, il quale ha, sì, ripianato i debiti di Roma, ma è anche considerato il perno del così detto asse (o partito) del Nord. Con la lobby nordista, nei mesi passati, è sembrato che il sindaco di Roma avesse avuto dei problemi. La vendita di Alitalia e la discussione sul futuro di Malpensa e Fiumicino sembravano aver contrapposto il Lazio, e la capitale, alla Lombardia e Milano. Ma esiste davvero il partito del Nord? “Esistono delle convergenze di interessi. Ma sulla questione di Roma non ho trovato mai ostilità nemmo da parte della Lega”.
Al contrario, forse, la contrapposizione tra gli hub di Malpensa e Fiumicino ha consolidato il rapporto tra Alemanno e parte della società civile romana e laziale. Il sindaco quasi da subito aveva parlato di un mondo imprenditoriale pronto a sostenere l’aeroporto. Tant’è che non pochi osservatori hanno fatto notare come a Roma il sindaco pare essere riuscito a stabilire un punto di incontro con gli imprenditori, i costruttori e i poteri bancari. Quella che il nemico, o i malevoli, chiamano la presa della città da parte di Alemanno esiste?

La prima cosa da dire è che, appena entrati in comune, abbiamo trovato una condizione finanziaria logorata. La macchina non funzionava più e abbiamo cercato di rimetterla in moto. Con molte difficoltà. Nella fase iniziale della mia Amministrazione, da parte del mondo imprenditoriale è prevalso, più che l’appoggio nei miei confronti, il rigetto del passato. Adesso che questo difficile periodo iniziale si sta concludendo, comincia a intessersi un dialogo più ragionato tra l’Amministrazione, la società civile e il mondo anche dell’imprenditoria. Però non ho ancora subìto – sarò fortunato – le famose ‘pressioni’ di cui si parla quando vengono raccontati i rapporti di sistema tra politica e capitale. Anzi, magari anche per via della crisi economica, siamo noi a contattare e spronare gli imprenditori affinché propongano e investano. E lo dico perché penso che la sfida debba essere sui grandi progetti. C’è bisogno di grandi interventi. Fra tre-quattro mesi voglio fare un giro per il mondo chiedendo investimenti per Roma, con i soldi pubblici è evidente che non ce la si fa. Dunque devo coinvolgere il mondo imprenditoriale e non devo avere paura di farlo per via di possibili, maliziose ricostruzioni dietrologiche. In questi anni e con la crisi si gioca una partita fondamentale per la città, di cui io sono responsabile. Sto immaginando soluzioni. Penso a un’alleanza di ceti emergenti. Penso di poter riunire tutte quelle forze che vogliono una Roma liberata dal degrado e dalla mediocrità del passato. Se non ci riuscissimo, la città rischia di non riprendersi”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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