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Alfano vuole il licenziamento del procuratore di Salerno, e il Csm non può che accettare

di Salvatore Merlo | 09 Gennaio 2009 ore 21:00

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Ieri mattina il Guardasigilli ha alzato la cornetta del telefono, all’altro capo del filo una delle più alte cariche del Csm: “Ben fatto”, gli ha detto. Angelino Alfano, esercitando la propria funzione di titolare dell’azione disciplinare, ha chiesto il trasferimento di sede e di funzione per sei pm di Salerno e Catanzaro e l’immediato licenziamento del capo della procura salernitana. Si tratta dei magistrati coinvolti nello scontro tra procure che a dicembre provocò anche un’inedita reazione della presidenza della Repubblica, arrivata a denunciare “eccessi di discrezionalità”, “rischi di arbitrio” e “smanie di protagonismo personale”. Il 17 dicembre, dopo una raffica di avvisi di garanzia incrociati tra le due procure, Napolitano rivolse un invito al Csm invocando “misure di fermo richiamo”e inviò un messaggio inequivocabile alla politica travolgendo i cavalli di frisia eretti dalla casta giudiziaria e spalancando la via a una riforma costituzionale dell’ordinamento; ché la carta del ’48 – spiegava il presidente – “non può considerarsi un tutto intoccabile”. Da allora maggioranza e opposizione si sono mosse poco: bloccate da veti e incertezze culturali, nonostante l’autorevole avallo ricevuto dal Quirinale e questa settimana anche dal vicepresidente del Csm Nicola Mancino.

Si è tuttavia messa in moto la macchina disciplinare contro i magistrati di Salerno e Catanzaro. E ieri il Guardasigilli, dopo aver studiato tutta la notte i rilievi degli ispettori ministeriali da lui inviati a indagare sull’accaduto, ha chiesto per le sette toghe una punizione ben più pesante del trasferimento d’ufficio proposto dalla prima commissione del Csm. Il capo della procura di Salerno, Luigi Apicella, non dev’essere infatti solo trasferito per incompatibilità ambientale come chiesto dal Csm, ma sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Insomma va cacciato, messo fuori ruolo dalla magistratura perché – ha spiegato Alfano nell’atto di incolpazione oggi al vaglio della sezione disciplinare del Consiglio – “incompatibile con l’esercizio di qualsiasi funzione all’interno della magistratura”. Spetta adesso all’organo d’autogoverno delle toghe di pronunciarsi e dimostrare l’imparzialità e la durezza richiesta dalla presidenza della Repubblica, auspicata anche dal presidente dell’Anm Luca Palamara (“bisogna fare chiarezza senza sconti per nessuno”) ma messa ancora in dubbio da molti esponenti della maggioranza parlamentare.

Eppure è vero che all’interno dell’Associazione dei magistrati, in tanti adesso sperano che il Csm accetti, confermi e persino renda più pesanti le richieste avanzate da Alfano. Quella del Guardasigilli, per i magistrati, suona quasi come una sfida. In gioco – spiegano – non c’è solo un caso disciplinare. C’è la capacità dell’ordine giudiziario di risolvere in casa propria conflitti di questa portata. Prima che lo faccia qualcun altro. Il governo in carica, per esempio. Di fatti Berlusconi ha annunciato – nonostante le difficoltà di convincere la Lega e parte di An – un primo pacchetto di provvedimenti sulla giustizia per il prossimo Cdm. Riunione che doveva già tenersi ieri, poi saltata – pare – per le resistenze interne alla maggioranza e forse chiarite nel corso del vertice di giovedì tra il premier e Bossi. Manovre politiche giudicate pericolose dall’Anm, specie dopo le aperture (“preoccupanti”, così le ha definite) di Mancino. D’altra parte, intervistato dall’Espresso, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, lo ha detto chiaro: “Cari giudici adesso dobbiamo essere noi a cambiare. Dobbiamo autoriformarci per non dare spazio a certi desideri di controriforma…”. Il primo passo è una condanna esemplare dei colleghi di Salerno e Catanzaro. Il Csm si riunisce oggi.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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