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Quali sono i poteri amici, nemici e neutrali che trafficano dietro le quinte del dialogo tra il Cav. e il Pd

di Salvatore Merlo | 07 Gennaio 2010 ore 15:41

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Silvio Berlusconi ieri lo ha ripetuto ancora, con slancio riformista: “Dobbiamo essere il partito dell’amore che combatte l’odio”. Allo stil novo del Cav. corrisponde una timida disponibilità del Pd, ancora da valutare. Ma da alcune settimane si è scavata una galleria che mette in contatto diretto i due campi avversi e fa sperare quei tifosi della pacificazione che, da ambo le parti, segnalano l’urgenza di trasformare i pour parler in qualcosa di concreto prima delle regionali di marzo: pena il ritorno alla pugna. Tra i leader filtrano messaggi e comunicazioni. Esiste un canale che, a sinistra, passando dalla mediazione di Nicola Latorre e Ugo Sposetti arriva sino a Paolo Bonaiuti e quindi al premier. Una costruzione carsica e dunque malcerta specie se, come pare, il clima di confronto rischia di far saltare consolidati equilibri esterni ma contigui alla politica. Per questo non è peregrino domandarsi chi, tra i cosiddetti poteri neutri, ha da perdere e chi, al contrario, ha da guadagnare intorno all’ipotetico successo duraturo d’una stagione di appeasement.

Per cominciare, il dialogo, specie perché orchestrato da Berlusconi e non, per esempio da Gianfranco Fini, finora ha spiazzato gli ambienti del terzismo corrierista e quelli torinesi della Stampa. Ovvero coloro i quali, di recente, avevano individuato nel presidente della Camera un buon investimento, una sorta di berlusconismo all’acqua di rose o di centrodestra dal volto umano. In tempi di guerra si possono dispensare i buoni consigli e si può giocare di conseguenza un ruolo strategico di primo piano; ma se l’uomo di Arcore assume all’improvviso un aspetto angelicato e l’arrabbiato Dario Franceschini cede il passo al pragmatismo dalemiano, allora lo schema finisce per saltare. Ed è proprio quello che è successo. Chiosa un eminente conoscitore del mondo milanese: “Non che Paolo Mieli sia contro il dialogo, per carità. Solo preferirebbe che fosse, diciamo così, ad usum del-Fini”.

Lo stesso, ma per ragioni diverse, vale per i salotti della gauche debenedettiana. Il berlusconiano partito dell’amore e le alterne corrispondenze di sensi da parte del Pd imbarazzano il gruppo l’Espresso, i salotti letterari, quelli cinematografici e certi ambienti Rai che a Roma, al calar della sera, si ritrovano nello chicchissimo attico e superattico di Sandra Verusio. Se c’è un “partito dello sfascio”, è lì che va cercato. Caratteristiche? Mentre il terzismo ha puntato sulla ouverture pacifista di Fini o in alternativa su una guerra di posizione a bassa intensità, l’intellighenzia gauchista ha scommesso tutto – finora perdendo – sulla magistratura e sulla guerra guerreggiata. Così è rimasta frustrata dal flop palermitano del pentito Spatuzza ed è entrata in terribile sofferenza sin dal primo albeggiare del dialogo. Massimo D’Alema non è Franceschini, di apparire o meno su Repubblica non gli cale poi molto, e sembra a tal punto insensibile agli abocchi di Ezio Mauro, di Carlo De Benedetti o alle reprimenda di Eugenio Scalfari da averne indebolito la guida morale (percepita) del centrosinistra. Ma chissà, tutto potrebbe anche capovolgersi repentinamente.

Non solo nemici. L’irruento Vittorio Feltri, con l’artiglieria del Giornale, in realtà tifa per il dialogo (purché non lo guidi Fini, ma il Cav.) e anche nel mondo del grande capitale c’è chi scommette sull’incontro Berlusconi-Bersani. Chi li frequenta sostiene che Sergio Marchionne (Fiat-Chrysler) e Cesare Geronzi (Mediobanca) tifino per l’appeasement. Il dialogo rafforza il berlusconismo al quale entrambi non sono ostili, ma serve pure a far respirare la sinistra perché le permette di allontanarsi da Di Pietro e fare qualche cauto passetto nella direzione genericamente più rassicurante di Pier Ferdinando Casini.

In ambito Confindustriale, Luca Cordero di Montezemolo si trova invece in posizione neutrale. Non è per la guerra ma piuttosto – spiegano i ben informati – “è per il laissez-faire”. LCdM gioca una partita personale e di lungo periodo che lo impegna a mantenere buoni rapporti con Berlusconi, ma anche con Bersani, con Fini e con l’establishment anglo finanziario vicino a Mario Draghi. Il presidente della Fiat ha interesse ad accreditarsi come un salvifico punto di approdo per la politica ed è adattabile a qualsiasi scenario; tanto basta a spingerlo a non schierarsi né esporsi più del necessario. Almeno per adesso. Una posizione condivisa in parte anche da Emma Marcegaglia, governativa col naso turato e con nuance riformiste. Alla fine avranno ragione i Marchionne e i Geronzi, i terzisti, i repubblicones, o i temporeggiatori come LCdM? Chi ha avuto modo di parlare con Berlusconi negli ultimi giorni si è fatto questa idea: “Se non otterrà nulla di concreto entro febbraio, allora è certo che farà saltare tutto”.

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