ACCEDI | REGISTRATI | INFO


Non chiamatela corrente

Ecco come nel Pdl si sta radunando una nuova guardia pretoria del Cav.

Cicchitto, Bondi, Gelmini, Fitto e Scajola tessono la trama del partito legittimista in concorrenza con An

di Salvatore Merlo | 18 Febbraio 2010 ore 15:19

COMMENTA 0 |   | 

Secondo un autorevole gruppo di ministri e dirigenti del Pdl, il modo migliore per mettere al sicuro il premier e il governo dalla tormenta giudiziaria è quello di costituire attorno a Silvio Berlusconi una sorta di “corrente del presidente”. Di fronte ai movimenti organizzatissimi della ex An all’interno del partito, ovvero le componenti del binomio La Russa-Gasparri e di Gianni Alemanno; e di fronte agli smarcamenti tattici di figure di primo piano quali Gianfranco Fini e Giulio Tremonti, diventa inevitabile – dicono – la discesa in campo di una nuova alleanza d’ortodossia berlusconiana. Un manipolo in parte inedito, che vede insieme parte della vecchia guardia e parte del cosiddetto tavolo dei quarantenni. Sono il coordinatore nazionale e ministro della Cultura Sandro Bondi, il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto e i ministri Mariastella Gelmini, Raffaele Fitto e Claudio Scajola. A tutti è ben nota la scarsa simpatia del Cav. sia per la parola “partito” sia per la parola “corrente”.

D’altra parte, non molto tempo fa, Berlusconi spiegò che “soltanto il sentirne parlare mi fa venire l’orticaria”. Abbastanza da far dubitare intorno al possibile successo di una qualsiasi operazione di questo genere (e difatti la parola corrente resta aborrita da tutti). Eppure Bondi e Gelmini hanno battezzato una fondazione in comune che collaborerà in rapporti strettissimi con la neonata Riformismo e Libertà di Cicchitto, quello stesso capogruppo che in più occasioni ha spiegato la necessità di predisporre delle contromisure all’espansione “bulimica”, anche interna alla ex FI, delle correnti mai sciolte di An. Dice Cicchitto: “E’ inevitabile che accanto alle correnti di An si coaguli anche una aggregazione derivante da ciò che è stata FI. Al contrario di An, noi non abbiamo mai avuto una significativa articolazione. Questa asimmetria non è un problema di poco conto”. Così, anche in previsione del possibile rimpasto nella governance del Pdl – il superamento della troika Verdini, Bondi, La Russa – si gioca una sottile conta interna tra il coagulo dei berlusconiani e gli ex finiani. E molto dipenderà dall’esito delle regionali.

Il tramonto della protezione civile Spa e della sua immagine funzionalista sognata dal Cav. ha in parte contribuito negli ultimi giorni a rivitalizzare l’idea di una “corrente del presidente”. Una gruppo che, all’interno del Pdl, risponda a lui soltanto e che sia in grado di bilanciare le manovre, lecite ma non sempre apprezzate dai berlusconiani più duri, del cofondatore Gianfranco Fini, del superministro Giulio Tremonti e delle fondazioni-corrente della Destra protagonista di Gasparri-La Russa e della Nuova Italia di Alemanno. Silvio Berlusconi, assieme a Gianni Letta, questa settimana è stato messo in tutta evidenza sotto schiaffo politico dai movimenti autonomi di cofondatori, alleati e persino di singoli gruppi di potere interni al Pdl ed estranei all’ombrello protettivo di personalità importanti quali Fini o Tremonti. Non solo. La classe dirigente che si definisce più veracemente berlusconiana si pone anche il problema di garantirsi una sopravvivenza politica attraverso una sorta di “costituzionalizzazione” del berlusconismo che dovrebbe passare, in prima battuta, da una reazione concertata all’attivismo anche metapolitico manifestato dai leader emergenti e dal vecchio riflesso correntizio mai sopito tra gli ex An.

E’ già in atto un sottile braccio di ferro, una conta interna che entro la fine dell’anno potrebbe anche ridisegnare gli equilibri. Non ci sono soltanto le candidature alla presidenza delle regioni, dove, per esempio, la rigida difesa del candidato pugliese e forzista Rocco Palese da parte di Raffaele Fitto e dell’asse Bondi-Cicchitto è stata presentata anche come una candidatura “legittimista”: una sorta di riequilibrio berlusconiano, dopo i cedimenti alla Lega nel nord e ad An nel Lazio. A urne chiuse non conteranno tanto i presidenti, quanto i consiglieri regionali eletti. Non essendo le liste bloccate (ci sono le preferenze) è già saltato il meccanismo della ripartizione percentuale che attribuisce il 70 per cento a FI e solo il 30 ad An. Difatti l’appuntamento con queste regionali e il risultato che ne deriverà saranno interpretati come la prima vera conta tra i gruppi di potere interni al partito. C’è di più. Il manipolo dei berlusconiani manifesta preoccupazione per l’attivismo di An nella produzione di tessere del Pdl. Il Cav. ha aperto con slancio una campagna di tesseramento che non è stata seguita – pare – da un altrettanto efficace impegno da parte delle strutture di partito. L’ultimo dato ufficiale è di sole 47 mila tessere distribuite. Che cosa preoccupa i berlusconiani? Che la metà delle tessere pare siano attribuibili agli ex An (non finiani).

© FOGLIO QUOTIDIANO


 | 

comments powered by Disqus